Il sangue che macchia le pareti, la lama che attraversa la carne, le raffiche di proiettili che sibilano in aria, i corpi che cadono esanimi, il tempo che sta per scadere. Se siete troppo sensibili per certe scene, Alice in Borderland (trailer) non è la serie che fa per voi. Se invece non rinnegate quel frizzante, inconscio e segreto senso di eccitazione che queste immagini trasmettono al nostro Io più profondo, allora avete fatto la scelta giusta.

È solo una questione di scelte, niente di più. I protagonisti di questa serie targata Netflix lo hanno imparato in fretta. Catapultati in una Tokyo deserta, non hanno il tempo per formarsi sul codice Bushido, possono solo ragionare per uscire vivi da un susseguirsi di giochi di sopravvivenza, nella speranza di porgli fine una volta per tutte. Il titolo non deve ingannare: Alice in Wonderland è evocato, almeno nella prima stagione, soltanto in alcuni richiami e in metafore di profonda interpretazione testuale.

La serie è un live-action di un manga, quindi non può mancare tutto quel repertorio di citazioni, canoni e archetipi della cultura nipponica. Così troviamo un samurai, un combattimento alla Tekken, un’idea di partenza alla As God Will, un game alla Battle Royale e una città alla Tokyo Tribe, solo per fare esempi molto noti al pubblico occidentale.

Non alziamo troppo l’asticella per gli appassionati del genere: la mano di Netflix è evidente. In primis risulta meno surreale e, pur contenendo scene crude, non si raggiungono mai i raccapriccianti livelli di Takashi Miike. In secundis, sono inseriti elementi caratteristici della piattaforma americana, come le esplicite riflessioni su medium e gender, non propri della cultura pop giapponese. A sorpresa, si è mantenuto un ostentato eros verso i corpi femminili, aspetto su cui Netflix presta molta attenzione ma che ha dovuto in parte sacrificare in quanto costante nei prodotti nipponici, anche a causa di una particolare condizione sessuale del Paese.

A prima vista si potrebbe dire che la sceneggiatura sia grossolana e che la regia sia tutto sommato abbastanza fresca pur nel suo trash. In realtà non è così. Potrebbe esserlo se rapportato ai prodotti occidentali, ma chi conosce un minimo il cinema asiatico non impegnato sa benissimo che i farseschi picchi emotivi e le soluzioni a tratti scontate sono parte del genere. Anzi, con ogni probabilità sono state addirittura attenuate da Netflix per dare un respiro più intercontinentale al prodotto. Lo stesso discorso vale per la regia e la recitazione, più classici rispetto alla tradizione del Sol Levante.

Giudicare Alice in Borderland non è facile perché la sua natura commerciale lo rilega nel mezzo di due culture estremamente diverse. Qualcuno potrebbe trovarlo semplice e mal architettato, altri, al contrario, potrebbero ritenerlo poco artefatto rispetto al canone. Spesso i compromessi finiscono per scontentare tutti, eppure questa volta non è così. Sarebbe interessante sentire un parere dall’estremo oriente, ma per noi occidentali questa terza via rende la serie più accessibile al pubblico e gradevole da vedere quando si cerca uno svago poco impegnativo, ma con atmosfere opposte a Bridgerton o Emily in Paris.

Alice in Borderland non è la serie che ti farà avviare il countdown dei giorni che ti separano dalla seconda stagione, ma assicura una certa discontinuità in un catalogo a volte troppo ripetitivo.

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