
Il politicamente scorretto non è libertà. Si tratta di avere risorse nel linguaggio, parlato, visivo, che diano inizio e facciano terminare un discorso coerente alla sua forma, e il politicamente scorretto, che non è che una marachella da chiacchera, non dà seguito a nessun discorso libero, ma ad una ribellione sterile da sabato sera.
Il moderatore alla conferenza stampa dice «Maracaibo non si potrebbe fare oggi, “23 mulatte” “Rum e cocaina» e la conferenza prosegue su questo leggero piagnisteo, e al rattristito cast, i mostri “sacri”, sembra che la società gli abbia rubato il giocattolino.
Ma il problema non sta nella canzone finale di Agata Christian – Delitto sulle nevi (trailer), quanto nel potenziale occultato in sede di scrittura. Innanzitutto tra gli aspetti sorprendenti inseriamo i personaggi: anche solo soffermandoci su Christian Agata, il De Sica che fa il “Prof” ai due “Mignoli” Cuozzo (Lillo Petrolo) e Tarda (Paolo Calabresi), vi possiamo leggere qualcosa di sinceramente apprezzabile, come la nota di “Froceria” indicata dallo stesso De Sica, una sfumatura sovrapposta a quel marchio di fuoco a caratteri cubitali: “Pecoreccio”. E via ai dieci secondi di riflessione che De Sica ha a disposizione prima di rispondere sgarbatamente all’intero cast; eppure non sembrano bastare, non per gli sceneggiatori Di Nardo, Fava e Manca, neanche per il regista Eros Puglielli. Fine dei dieci secondi! Christian Agata – LI MORTACCI TUA!
Ecco, questo non è politicamente scorretto o correggibile, andrebbe detto come apoliticamente distaccato, un modo di narrare matematico semplice, seguendo alla lettera il protocollo di emergenza vagliato dal capo, “da usare solo in mancanza di idee” per resistere alla minaccia Buen Camino. Come suole a questa idea dell’ultimo minuto, i personaggi non hanno un passato, ma sono dichiarati in funzione del momento, diventando loro stessi particelle narrative nascoste dall’immagine consolidata dei loro attori. Ed è tutta una trafila di “io sono…faccio…dico…coso…pratico”… Come se leggessimo i dati di un animale in gabbia sul cartellino apposito. In effetti, i personaggi sono al pari di animali da zoo, chiusi definitivamente nel castello dei Gulmar bros., e posti in ordine alfabetico e di specie nel dizionario degli animaletti comuni. C’è la “L” per Leone e la “L” per Lillo.

Durante la conferenza proprio Lillo ha indirettamente criticato il suo ruolo nel film, sostanzialmente la spalla comica bullizzata, affermando di starsi “distaccando” dall’ ebete fortunato per cui è riconosciuto nei Dramedy delle ultime stagioni. Al lato femminile del cast, che per numero è ridotto a minoranza, non è concesso di spiccare nell’intreccio, diviene un complesso statuario di cliché viziosi, ricavati in bronzo ed esposti in secondo piano: abbiamo dunque la figlia viziata India (Alice Pagani), la gatta morta Miranda (Sara Croce), l’amante segreta (Chiara Francini) e la seconda moglie Laura (Ilaria Spada). Altri membri di questo gruppo scultoreo sono OneSlot (Tony Effe) e, inaspettatamente, Carlo e Corrado Gulmar (il doppio Giorgio Colangeli, che nei suoi momenti migliori fa da soprammobile cadaverico). Nel film c’è anche il figlio di Gulmar, Walter (Maccio Capatonda), che per un attimo sembra dare senso alla sua presenza, grazie al movente che dovrebbe spingerlo a compiere un atto estremo, ma poi rimane in panchina assieme ad un Enzo Paci e Marco Mazzocca. Un’ occasione persa, perché questo ultimo avrebbe il personaggio potenzialmente più interessante, spinto forse da motivazioni comprensibili e sincere, rispetto al resto del cast ricalcato sugli stessi stampi classici.
Questi stereotipi rivelano che esperimenti (lo sono?) di questo genere mancano di un elemento fondamentale, il contemporaneo, la realtà. Perché l’intrattenimento comico ha alla base l’esecrazione, ma di cosa? Non della liberazione del turpiloquio, che al giorno d’oggi è presente anche in ufficio, ma del peso della sofferenza, la macchia della carne, il vizio, il gioco, la personalità e l’infinità degli elementi che costellano l’esperienza umana. Fare del politicamente corretto il nemico, per giustificare l’insufficienza goliardica e narrativa, è un modo vigliacco per correre al riparo. «Il politicamente scorretto vuol dire raccontare quello che accade nella vita di tutti i giorni perché la vita a volte è scorretta. Se non puoi più raccontarlo attraverso la linea della comicità è un problema». Con questa affermazione lo stesso Lillo sembra confermarlo, perché, il modo spudorato con cui vengono proposti questi archetipi, è quello che è di più vicino al politicamente corretto tanto denunciato dal cast: l’incontestabile banalità dei personaggi, la poca chiarezza sul perché c’è un’intesa fra gli uni e non fra gli altri, o sul motivo stesso per cui Christian Agata (il protagonista) sia un recluso sociale, trattiene il dibattito a uno stop decisivo, sicché ci caliamo in un cinema di intrattenimento che mantiene l’italiano ad un livello identitario predefinito, una rappresentazione solida come il marmo, ma al contempo da accettare come imposizione dogmatica.
Ma non tutto è perduto, il ritmo di alcuni sketch è impeccabile, alcuni dei quali fanno ben uso del montaggio come le YTPoop di dieci anni fa. Sempre questo montaggio, però, per la maggiore, è futilmente nevrotico, quasi come se la mancanza di azione costringesse all’invenzione di un movimento che non esiste, e che non si adatta nemmeno bene al genere ibrido del film.
La casa è circolare e cerchiamo l’assassino tra gli angoli; sappiamo benissimo che ritornerà sul luogo del delitto, come regola aurea di un gioco da tavolo impone, anche se da questa parodia noi detective ci aspettavamo di scovarlo, invece di sapere dove abita al primo turno.
In sala.

