
Esistono film caratterizzati da una componente visiva e interpretativa così potente da non esigere grandi dialoghi.
6:06 (trailer) è l’opera seconda di Tekla Taidelli, presentata alle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, rassegna di cinema indipendente nata all’interno della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. L’autrice, conosciuta per il suo approccio coraggioso e originale verso il cinema, conferma qui quanto sia in grado di costruire una visione autoriale e personale di una storia, fatta di sperimentazione e autenticità.
Il film racconta di Leo, interpretato con passione ed intensità da Davide Valle, ventiseienne intrappolato in una routine che inizia ogni mattina alle 6:06, fatta di lavori precari e droga. La struttura narrativa è molto particolare: il tempo filmico non avanza secondo una linearità tradizionale, bensì riflette in modo magistrale la spirale provocata dalla dipendenza del protagonista. La presenza di Jo-Jo (George Li Tourniaire), giovane ragazza francese, rappresenta un elemento di graduale svolta nella vita di Leo: i due intraprendono un viaggio per il Portogallo, accompagnati da tormenti e dolori passati; così l’opera diventa un vero e proprio road movie interiore, segnato dall’esplorazione della propria coscienza.
La sfera emotiva del pubblico vive una continua oscillazione tra il reale e l’onirico dove i colori ricoprono un ruolo importante: le scene in bianco e nero mirano a rappresentare la monotona esistenza del ragazzo mentre i momenti di crescita ed evoluzione personale vengono dipinti da colori accesi e vividi. Il montaggio di Fabio Nunziata è chiaramente di tipo discontinuo, essendo orientato alla costruzione di una continuità logica, ma non temporale: attraverso l’uso di accelerazioni e ripetizioni, viene realizzata una profonda trasposizione visiva di ciò che accade nella mente di Leo. L’alienazione del protagonista viene brillantemente messa in scena anche attraverso la fotografia di Tommaso Lusena De Sarmiento tra luci instabili, contrasti e cromatismi saturi, dando così vita ad un universo percettivo molto complesso ed enigmatico, specchio delle vite portate sullo schermo: la bellezza della fotografia risiede anche in questo, nel saper diventare un potente linguaggio emotivo che accompagni il viaggio dei personaggi.
La performance degli attori è caratterizzata da una vulnerabilità e da un’espressività dello sguardo capaci di non dar mai la sensazione di star guardando un film interpretato, piuttosto sembra di star osservando e analizzando una presenza filmata: le due anime si conoscono, si innamorano, si donano, si intrecciano attraverso sentimenti di complicità, incomprensione, similitudine e differenza.
Al termine della visione, la gioia provata per l’evoluzione dei personaggi sembra convivere con la percezione di un dolore che continua ad esistere, probabilmente in quanto metafora dell’esistenza: la vita è un percorso dinamico di crescita, pronto ad accogliere sensazioni e cambiamenti di ogni tipo, ma la prospettiva da cui assumere questa consapevolezza non dev’essere negativa, bensì deve portare con sé entusiasmo, coraggio e curiosità, oltre che gentilezza verso le proprie fragilità.

