40 anni di Stand By Me, l’infanzia che non rivivremo mai

Stand By Me 1

Le note del brano di Ben E. King accompagnano una pellicola che ha al suo centro il ricordo: il ricordo del protagonista, che rivive un’avventura di quando aveva 12 anni; il ricordo di River Phoenix, uno degli attori protagonisti morto nel ’93 a soli 23 anni; il ricordo del regista Rob Reiner, assassinato insieme alla moglie il 14 dicembre 2025 a 78 anni; e ora anche il ricordo del film stesso, che dopo 40 anni ancora parla al bambino dentro ognuno di noi. Stand By Me-Ricordo di un’estate esce proprio il 22 agosto del 1986.

Il film inizia mostrandoci Gordie Lachance (qui interpretato da Richard Dreyfuss, ma è Wil Wheaton nei flashback), uno scrittore, che scopre che Chris Chambers (River Phoenix), suo migliore amico d’infanzia, è morto. Da qui il tuffo nel passato è automatico: lo scrittore che nella sequenza iniziale è sposato e ha due figli ora diventa un bambino che adora raccontare storie ai suoi amici. La storia che Gordie ci racconta è quindi proprio la sua. A 12 anni lui e suoi amici scoprono che lungo la ferrovia c’è un cadavere abbandonato, e probabilmente si tratta di Ray Brower, un ragazzo scomparso pochi giorni prima. Decidono quindi di camminare lungo la ferrovia per giorni, solo per poter vedere questo cadavere. La premessa lascia possibilità infinite.

Il genere coming of age qui trova un evento ben preciso per raccontare il passaggio all’età adulta: la scoperta della morte. La sola curiosità di vedere dal vivo un cadavere spinge i ragazzi a compiere il viaggio e la morte diventa quella del bambino interiore dei ragazzi. Ma il film compie un’altra scelta importante. I bambini non maturano magicamente solo alla vista del cadavere, ma arrivano a quel momento, la climax della storia, già cresciuti. I giorni passati nel bosco sono il vero passo in avanti. Tutti gli ostacoli incontrati, le volte in cui hanno rischiato il peggio, il patimento della fame, del caldo, e del freddo, la paura della notte, sono tutti sufficienti all’abbandono dell’infanzia. Ed è qui che l’elemento road movie esprime appieno le proprie potenzialità. Non per niente l’immagine dei ragazzi che camminano sulla ferrovia riassume il limbo dell’adolescenza: abbastanza grandi da camminare su di essa, ma non abbastanza da prendere il treno da soli.

Stand By Me 2

Sul personaggio di Chris aleggia sin dall’inizio un’ombra di sventura. Sappiamo già dall’inizio del film che il suo destino sarà una morte prematura, difendendo un ragazzo da una rissa. Il racconto di Gordie però ce lo mostra come un bambino carismatico ma pieno di problemi. La sua situazione familiare non è delle migliori, e il fratello maggiore lo tormenta insieme agli amici. Alla fine dell’avventura si allontana da Gordie e scompare, rimandando a ciò che gli sarebbe successo in futuro. Ora però riguardando questa scena, non si può fare a meno di pensare alla tragica morte dell’attore che lo interpretò, River Phoenix. Dopo una breve carriera attoriale estremamente promettente, sfociata anche nella musica, Phoenix va in overdose per un cocktail di droghe. Reiner stesso ammise di soffrire molto riguardando la scena in cui Chris si allontanava da Gordie.

Accanto a Gordie e Chris però ci sono anche Vern (Jerry O’Connell) e Teddy (Corey Feldman). Il primo è il più matto della combriccola, ossessionato dal padre, veterano della Seconda Guerra Mondiale, e quindi con la guerra. Il secondo è il più impacciato, il più infantile e il più preso in giro, ma allo stesso tempo l’anima gentile e il collante tra i 4 ragazzi. Le differenze tra i personaggi creano un equilibrio perfetto che rende magnetico l’assistere alle avventure del gruppo. Il quinto membro è proprio lo spettatore, che soffre tanto quanto i protagonisti quando arriva il momento di separarsene. L’immedesimazione nei bambini protagonisti è forse il modo più efficace e subdolo attraverso il quale Reiner costruisce il film, questo perché tra gli spettatori tutti hanno avuto il proprio cadavere, tutti hanno avuto la propria ferrovia, tutti hanno avuto il proprio Chris. A questo punto la storia non è più quella di Gordie ma quella di ognuno di noi, e quella lunga camminata attraverso l’Oregon si fonde e confonde con i ricordi dello spettatore. La magia di Stand By Me è che, raccontando un ricordo, diventa un ricordo.

L’impatto del film sulla cultura generale è stato devastante. La sceneggiatura è basata sul racconto Il Corpo di Stephen King, ma ha a sua volta ispirato miriadi di altri film e racconti arrivati dopo di esso. Tra i più recenti si può azzardare ad inserire anche L’ultima volta che siamo stati bambini di Claudio Bisio (non per niente il titolo riassume perfettamente anche Stand By Me). L’impatto è arrivato anche nel mondo dei videogiochi, per esempio con il celebre easter egg nei giochi della serie Pokémon. Nella prima generazione, interagendo con un televisore, si scopriva che stavano dando proprio Stand By Me, creando un parallelismo con il protagonista del gioco, anche lui alle prese con un viaggio in giovane età. E questo è solo uno dei tanti segni che il film ha lasciato sulla cultura giapponese e internazionale. Il fenomeno si spiega facilmente: siamo tutti stati bambini, e il compianto Rob Reiner l’ha saputo dire meglio di tutti. L’ultimo merito che il film si prende è proprio quello di aver ridato vita ad una canzone del 1961, l’omonima Stand By Me di Ben E. King, anteriore all’uscita del film ma contemporanea agli eventi vissuti dai ragazzi. La canzone sembra nostalgica ascoltandola durante il film oggi, ma lo era già per lo spettatore adulto che vedeva il film in sala nel periodo della sua distribuzione, creando un fenomeno culturale-temporale incredibile.

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