Yesterday, l'ultimo film di Danny Boyle

Una chitarra arpeggia nel nero dei titoli di testa. Un ragazzo suona e canta in mezzo a una strada. La melodia diventa più ritmata. Inizia così Yesterday (trailer), l’ultimo di film dalla regia di Danny Boyle e dalla penna di Richard Curtis. Un film con ottime pretese, sia per la bravura mostrata nei precedenti lavori dallo sceneggiatore e dal regista, sia per la premessa stessa del film: cosa succederebbe se un blackout mondiale cancellasse alcune fondamenta della cultura pop, come la Coca-Cola, gli Oasis, no Donald Glover no (ironizza il film), ma soprattutto i Beatles? E cosa succederebbe se l’unico a ricordarsene fosse un ragazzo, Jack Malick (Himesh Patel), la cui ispirazione è sempre stata di fare il cantautore, senza, però, nel mondo ordinario, riuscire ad avere successo o qualcuno che creda in lui, esclusa la sua manager e migliore amica Ellie (Lily James)? Ecco allora che inizia l’ascesa al successo di questo giovane uomo di origine indiana verso il successo, ma verso un successo che non ha realmente meritato, che, sebbene in alcune frasi evidenzi quanto sia triste un mondo senza Beatles, in realtà ne vuole far vedere di più l’ironica paradossalità ed è qui che emergono parte delle grosse problematiche del film. Ritorniamo un attimo indietro.

Jack Malick, cantautore fallito, che ha come unica fan Ellie, sua amica e manager, che è segretamente innamorata di lui. Per Ellie, reale mentore del film (ed Ed Sheeran? Sì, ironicamente il cantante è posto come figura tipica del mentore, ma, eccetto qualche battuta su Hey Jude-“Hey Dude”, non ne compie alcuna tipica mansione, che invece ricadono su Ellie), Jack ha un vero talento, che non dovrebbe abbandonare. Tipico rifiuto alla chiamata dell’eroe: Jack, appena rappresentato nel mondo ordinario come pesce fuor d’acqua, drasticamente decide di abbandonare la strada del cantautore. Urge entrare nel mondo straordinario. Deve dunque succedere qualcosa. Qualcosa dello stesso peso che ebbe l’uccisione degli zii per Luke Skywalker: un blackout. 12 secondi di blackout, da cui, però, il protagonista è tagliato fuori. Infatti, la sua bici viene sbalzata via da un autobus. Conseguenze? Due denti in meno, che, però, dopo poche battute, scopre che può farsi rimettere (e dunque il senso della caduta dei due denti?) ed essere l’unico a ricordarsi dei Beatles e di tutto il resto, che scoprirà pian piano durante il film. Ovviamente, questo (non i denti eh, che risultano inutili, ma ricordarsi dei Beatles) sono un dono, un dono che possono portarlo al successo a cui aspirava.  Un film che dunque parrebbe appartenere a quella categoria che Black Snyder definisce “Genio della lampada”: una persona comune, un po’ sfigata, ha un desiderio, che, al di fuori di ogni possibile realismo, si avvera, per poi portare il protagonista a un vero e proprio rovescio della medaglia, in quanto le regole e la natura umana ci ricordano che nessuno può averla vinta per troppo tempo ed è in questa seconda parte che il film crolla clamorosamente su se stesso. Proviamo allora ad analizzare.

Escludendo le battute di dialoghi che paiono finti, che raramente fanno sorridere o ridere, ma che assomigliano a secchiate d’acqua gelata, e che rendono i personaggi dei semplici pupazzi, il primo errore si può ritrovare nel concetto di “eroe come pesce fuori dall’acqua”. Ogni racconto classico presuppone un protagonista che, mostrato nel suo mondo ordinario, appare come un disadattato, che potrà avere la sua rivalsa nel successivo mondo straordinario, da dove, però, dovrà imparare come comportarsi nel mondo precedente, quello che lo vedeva come un emarginato sociale, dove nel terzo atto dovrà fare ritorno. Per cominciare, se Jack Malick è un pesce fuor d’acqua nel mondo con i Beatles, nel mondo senza Beatles diventa ancora più pesce fuor d’acqua e i dialoghi non fanno che marcarlo in continuazione. Infatti, sì, ha ottenuto il successo, ma alla fine rimane un disagiato e, se prima nessuno glielo faceva notare, ora non c’è battuta del film che non faccia a meno di sottolinearlo.

Inoltre, il rovescio della medaglia si ha quando Ellie ammette di averlo sempre amato, ma che, visto che il successo lo ha trasformato (fatto in realtà che non sussiste, l’unico cambiamento è il cambio di residenza a Los Angeles per la registrazione del suo album), non potrà stare con lui. Questo rovescio potrebbe andare bene se, dall’inizio del film, Jack avesse mostrato un minimo, seppur velato, interesse nei confronti della sua amica e manager, eppure non solo non è così, ma anzi si è mostrato molto freddo nei suoi confronti e quando lei si dichiara si mostra molto in imbarazzo e, dunque, non interessato. Rovescio della medaglia, che, quindi, sarebbe stato più efficace se il protagonista avesse perso Ellie come amica, su cui invece si incentra qualche scena, e non come possibile storia d’amore, soluzione che non funziona. Non funziona perché, come spiega abilmente Black Snyder, il “doppio abracadabra” non può essere accettato dal pubblico: 1) il mondo vede cadersi di fronte le sue fondamenta pop, 2) Jack dopo essersi mostrato indifferente nei confronti di Ellie, averla respinta dopo la sua dichiarazione, scopre magicamente di averla sempre amata, fatto che risulta realmente forzato, visto il precedente “abracadabra”.

Arrivati alle conclusioni, allora, perché bisognerebbe andare a vedere Yesterday e perché non bisognerebbe andare. I pro si possono riscontrare nella regia, che cerca punti di vista sempre più particolari, e nella fotografia, che attua un raffinato gioco di focali. I contro? Dialoghi ridicoli, il cui solo scopo è quello di far ridere lo spettatore; lasciandolo invece agghiacciato a sprofondare nella poltroncina del cinema, personaggi che paiono finti e stereotipati e una sceneggiatura che non riesce a mixare, in dosi adeguate, il classico e il contemporaneo, due realtà che possono convivere in una sceneggiatura, ma che Richard Curtis dimostra di non saper assolutamente gestire. In sostanza: come sarebbe un mondo senza Beatles? Bruttissimo, ma, di sicuro, più entusiasmante di Yesterday.

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