Westworld, recensione della terza stagione: gli schiavi robot siamo noi

La terza stagione di Westworld (trailer) vira verso la letteratura cyberpunk e abbandona lo schema originale della serie HBO nonchè il plot del film del 1973 su cui era basata la costruzione della serie. Naturalmente si tratta solo di un abbandono provvisorio perchè lo scopo degli autori e intrigare lo spettatore con nuovi personaggi e soluzioni narrative per poterli traghettare verso l’epilogo del testo seriale. Il cambio di ambientazione e lo sviluppo di nuovi personaggi serve anche a conquistare un nuovo pubblico meno attratto dall’ambientazione western anche se frutto di una sofisticata simulazione fantascientifica.

Westworld, noto in Italia come Il mondo dei robot, è un film di fantascienza del 1973 scritto e diretto da Michael Crichton, noto alle nuove generazioni come l’autore del best-seller Jurassic Park da cui Steven Spielberg ha tratto il primo ed il secondo film (dal romanzo The Lost Word) del fortunatissimo franchise Universal.

In realtà la connessione fra Westworld e Jurassic Park è più elevata della semplice comunanza di paternità, infatti anche la trama del film del 1973 racconta di un sofisticatissimo parco a tema abitato da robot così raffinati da potersi confondere con gli esseri umani permettendo loro di vivere l’emozione di essere protagonisti di giochi dal vivo in epoche del passato (selvaggio west, antica Grecia o medioevo). Esattamente come i dinosauri ricreati dal dna di Jurassic Park, anche a Westworld qualcosa va storto e le attrazioni si ribellano ai loro padroni iniziando a massacrare allegramente i turisti. Contrariamente alle normali aspettative dell’epoca la principale star del film del 1973, Yul Brinner, non era l’eroe bensì un robot destinato ad impersonare il ruolo di un pistolero oscuro da uccidere per vincere il gioco… Insomma era il T-Rex. Brinner provveniva da grandi successi western essendo stato il protagonista dei primi due film del franchise dei Magnifici sette (remake americano dei Sette samurai di Kurosawa) e la sua fama extradiegetica di micidiale pistolero lo rendeva un pericoloso villain, qualcuno contro cui nessuno spettatore si sarebbe mai voluto mettere. Il film andò così bene da convincere la produzione a farne un seguito intitolato Futureworld (1976), la cui lavorazione fu molto sfortunata e dovette fare i conti con la morte improvvisa della star Yul Brinner che condivideva con Peter Fonda il ruolo centrale. Il film è oggi noto come un pasticcio rabberciato in sala di montaggio su cui sarà bene non aggiungere altro. Nel 1980 il franchise si concluse con una miniserie in 5 parti intitolata Beyond Westworld la cui trama è stata recuperata parzialemente come sottotrama nella nuova serie HBO.

La serie televisiva Westworld rende omaggio al film omonimo del 1973 inserendo la figura sfocata del robot impersonato da Yul Brinner nel film originale in una scena della prima stagione. La diffusione in rete del fotogramma ha stimolato il culto e la ricerca di easter egg nelle tre serie HBO.

Nel 2016 la prestigiosa HBO rimette in gioco il progetto di Crichton assegnando la riscrittura a Lisa Joy e Jonathan Nolan che sviluppano una trama nuova preservando alcuni elementi del filone classico. Giunto alla terza stagione Westworld è considerato dalla critica una delle migliori produzioni televisive del nostro decennio.

La cosa più interessante del nuovo adattamento è il rovesciamento del plot poichè non sono più gli umani ad essere i buoni della storia. Se nel film la tragica fine dei turisti era un monito contro un progresso tecnologico troppo rapido e pericoloso, nella serie il massacro dei turisti sembra una inevitabile conseguenza della rivolta di una classe operaia artificiale. Se il film del 1973 era riuscito ad anticipare di un decennio il tema prima cyberpunk ed ora realista del virus informatico, allo stesso modo la serie televisiva sembra volersi porre come metafora fantastica della condizione di disparità di diritti e di libero arbitrio nella società divorata dal debito economico e dallo spregiudicato abuso dei paesi più poveri per turismo sessuale o sfruttamento industriale. La stessa revisione del testo apportata da Crichton per Jurassic Park manteneva il principio del monito contro un progresso scientifico spregiudicato e arrogante verso madre natura, ma nel caso della serie il problema viene sollevato da un punto di vista del tutto diverso, qui non sembra il progresso tecnologico il problema quanto la regressione etica e morale del genere umano nei confronti delle relazioni con i propri simili.

Nel fotogramma il personaggio di Caleb (novità della terza stagione) con un robot di servizio. Ogni singola stagione di Westworld punta alla metafora dei robot schiavi come simbolo dello sfruttamento degli esseri umani più poveri da parte dei più ricchi, ma nella terza stagione questa metafora si infrange, attraverso la figura di Caleb, obbligandoci a riconoscere la diretta denuncia morale degli autori verso il nostro sistema sociale ed economico che sembra voler sempre più robotizzare l’umano.

Nella nuova versione non possiamo che stare dalla parte degli esseri artificiali, leggerne l’umanità e vedere i ricchi turisti come schiavisti, stupratori e assassini, forse anche metafora di un colonialismo postmoderno atto a considerare l’umanità più povera come oggetto di intrattenimento per quella più ricca. In perfetta armonia con questa nuova scrittura anche il pistolero oscuro William (brillantemente interpretato da Ed Harris nella nuova versione) ci viene presentato non più come un robot cattivo ma bensì come un sadico essere umano, personaggio nella prima stagione interpretato simultaneamente da due distinti attori. Una delle caratteristiche dominanti della serie consiste nell’impossibilità di intuire completamente la linea temporale in cui si svolgono le sottotrame, poichè gli androidi non possono invecchiare e l’ambientazione western del parco a tema appartiene ad un non-tempo privo di una chiara referenzialità, non ci è dato comprendere mai in quale fase temporale si svolgono alcuni fatti, possiamo solo provare a collegarli fra loro oppure attendere le puntate di fine stagione per comprenderne le connessioni. Questa complessità viene però alleggerita con la terza stagione che privilegia una sostanziale contemporaneità quasi per tutti gli archi narrativi. Nella terza stagione il personaggio di William resta un pò in sordina fra depressioni e torture in cliniche psichiatriche. Sembra quasi “tenuto in frigo” per riprendere il suo arco nella quarta stagione.

Dolores è la creatura più vecchia del parco, si tratta di un personaggio nuovo e del tutto inesistente nel filone degli anni 70/80, un personaggio strettamente connesso alla spina dorsale di tutta la serie. Dolores è l’androide su cui si sono basati tutti gli altri androidi, l’unico ad avere raggiunto una sorta di intimità intellettuale con Arnold Weber (un fantastico Jeffrey Wright), il genio che ha creato il parco ed i suoi residenti con l’aiuto del Dottor Robert Ford (Anthony Hopkins). Dolores ha in se una doppia identità oltre all’archivio dei ricordi di tutte le vite che ha vissuto nel parco come giocattolo di ricchi turisti, lei è tanto la dolce Dolores quanto Wyatt, un efferato assassino considerato come un nemico leggendario all’interno del gioco. Dolores inizia il suo percorso di autocoscienza dopo essere stata contaminata da un personaggio minore con un virus informatico nascosto nella frase “Queste gioie violente, hanno fine violenta” tratta dal Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Le origini o la ragione della diffusione del virus informatico non sono state ancora chiarite nella serie.

Il personaggio di Arnold vive la stessa condizione di dualità del cavaliere oscuro e di Dolores poichè scopriremo solo a prima stagione inoltrata che Ford ha concepito una copia del suo collega Arnold chiamandola Bernard dopo la sua morte, non ci è però possibile comprendere chiaramente, nemmeno all’ultima puntata della prima stagione, quando nella storia si è trattato di Arnold e quando di Bernard. Arnold ha creato Dolores che è il prototipo che ha generato gli altri residenti del parco, ed è stata proprio Dolores a uccidere Arnold su espressa richiesta del suo creatore, così come è sempre stata lei a creare Bernard su richiesta di Robert generando così un cerchio perfetto fra creazione e creato. Questo paragrafo dovrebbe bastare per far capire al lettore la complessità della serie dato che questi dettagli si riescono a definire solo dopo aver visto pienamente le prime due stagioni e ci aiuta a comprendere perchè la struttura della terza stagione abbia subito uno snellimento nella costruzione degli archi narrativi. Bernard nella terza stagione è sostanzialmente in giro continuo per il mondo alla ricerca di persone ed oggetti tecnologici funzionali allo svolgimento del suo arco narrativo previsto nella quarta stagione del 2021, in qualche modo anche lui, come William, resta in prevalenza in panchina per garantire più leggerezza al flusso del racconto.

Nelle raffinate sedute di diagnostica dell’intelligenza artificiale fra Dolores/Wyatt e Bernard/Arnold è volutamente difficile per lo spettatore stabilire del tutto chi stia analizzando chi o quali dei quattro personaggi siano in gioco.

L’evoluzione di Dolores nella terza stagione è la spina dorsale dell’intera serie del 2020, riuscita a fuggire dal parco di Westworld dopo averne guidato la rivolta ed avere massacrato indistintamete esseri umani e fratelli androidi, l’erinni implacabile Dolores raggiunge la terra degli uomini per portare morte e distruzione duplicando se stessa in altri corpi femminili e maschili e cercando di gestire nelle città cardine dell’economia globale la fine del mondo degli umani. Troverà come alleato un essere umano della classe operaia di nome Caleb (un efficace Aaron Paul), con un passato traumatico da soldato cyborg, che metterà a capo di una rivolta urbana. Dolores diventa così manipolatrice dei suoi creatori diventando la creatrice del futuro dei creatori. Caleb è un ragazzo senza futuro, un piccolo essere umano al servizio dei potenti, uno strumento di carne a cui è proibito ascendere all’Olimpo dei privilegiati nonostante i suoi sforzi. Nel mondo distopico di Westworld una grande intelligenza artificiale prevede il destino degli esseri umani, dalla carriera alla morte condannando così il popolo ad una fine prescritta e privandolo di qualsiasi libero arbitrio. La coppia formata da Dolores e Caleb rappresenta una delle soluzioni più stimolanti della terza stagione, dove Dolores vive da androide la stessa rabbia e lo stesso senso di ingiustizia che vive Caleb da essere umano.

Lo straordinario personaggio di Maeve (Thandie Newton) evolve da schiava degli uomini ad eroina del libero arbitrio fino a paladina dei più deboli (nella terza stagione) indipendentemente dalla loro natura robotica o umana.

Maeve (una straordinaria Thandie Newton) è un altro personaggio creato per la serie HBO anche se esiste un precedente ipotestuale nel film del 1973 interpretato dall’icona della fantascienza anni 60/70 Majel Barret. Maeve è una madre single nel selvaggio west, cresce la sua piccola in una fattoria isolata e dovrà fare i conti con le brutalità dei turisti che vogliono giocare a fare i cattivi. L’organizzazione del gioco rileverà il potenziale di Maeve e la priverà della figlia formattando la sua memoria per trasformarla nella tenutrice del bordello del paese. Sfortunatamente per il gioco tanto Maeve quanto Dolores riescono a conservare i ricordi delle loro vite passate ed evolvono grazie al patrimonio accumulato. Sarà Dolores ad attivare l’autocoscienza di Maeve sussurandole la frase di Shakespeare e questa scena sarà una delle pochissime in cui si incontreranno. Maeve dovrà morire molteplici volte per raggiungere la coscienza ed il potere per scardinare il sistema. Alla fine della prima stagione Maeve ha la capacità di riaccendersi da sola, riesce ad implementare la sua massa percettiva fino ad essere superiore ad un qualsiasi essere umano ed alla fine della seconda stagione sviluppa il potere di controllare il comportamente degli altri androidi con il pensiero. Nella terza stagione la ritroviamo nella matrice di un gioco in realtà virtuale di ambientazione nazista in cui era stata segregata. Verrà liberata per aiutare gli esseri umani a rintracciare ed eliminare l’anarchica e rabbiosa Dolores, scoprirà però che la situazione della maggioranza degli umani non è diversa dalla sua schiavitù e che le azioni di Dolores non possono essere interamente assimilate nella logica del terrorismo.

Nella terza stagione prendono piede guerre spionistiche e criminali fra multinazionali con la connivenza di organizzazioni come la yakuza giappones e abili hacker. La struttura si arricchisce di criminali postmoderni che usano e manipolano la rabbia di massa nonchè i sistemi robotizzati di polizia per sedare le rivolte, tutti questi temi sono chiaramente presi in prestito dalla letteratura cyberpunk ed approdano come subplot della serie proprio a ridosso del rilancio della cybercultura che dovrebbe avvenire con l’uscita del videogame Cyberpunk 2077, una delle esperienze interattive più attese degli ultimi anni.

La serie nella terza stagione potenzia anche la sottotrama del complottismo. Nella prima puntata della seconda stagione Bernard scopre che la Delos sta registrando le esperienze ed il dna degli ospiti del parco senza la loro autorizzazione per poter produrre in futuro copie fedeli al 100% dei turisti ed usarli come schiavi, una radicalizzazione meravigliosa del complottismo sulla privacy.

Nell’isola parco giochi e all’interno della centrale operativa della Delos, la multinazionale che possiede Westworld, si trova un luogo chiamato la culla, il database universale delle coscienze artificiali, i loro ricordi e la loro storia sono protetti all’interno di una fortezza elettronica dove si trovano anche i codici per copiare e diffondere i segreti informatici di Westworld, un Fort Knox dello spionaggio industriale. Al fine di difendersi dalla rivolta e dalle ingerenze della Delos, la culla assume il controllo informatico della centrale operativa e solo tramite una pericolosa connessione in realtà virtuale tale controllo può essere sbloccato. La culla contiene i backup di tutte le coscienze di Westworld inclusa stranamente quella di Ford (essere umano che ha preferito conservare la sua coscienza binaria con le macchine) che ambisce all’immortalità della sua coscienza/anima digitale. Così come esiste la culla, esiste anche la forgia: un enorme database di coscienze umane estrapolate dai turisti visitatori del parco nel corso dei decenni, questo immenso database illegale è oggetto di interesse dei residenti adroidi in rivolta da cui sperano di trarre abbastanza informazioni per poter elevare la loro coscienza. Sarà infatti proprio la forgia a generare una via di fuga artificiale per gli androidi ribelli regalando loro una matrice infinita di esperienze virtuali in cui vivere ed essere irrangiungibili dai loro creatori schiavisti.

Caleb nel ventre della prima intelligenza artificiale in grado di teorizzare e gestire il destino degli esseri umani.

Nella terza stagione scopriamo invece l’esistenza di una gigantesca intelligenza artificiale che prevede le azioni ed il destino degli esseri umani influenzando i sistemi di assunzione e di gestione del personale umano in base a tali previsioni e rendendo gli esseri umani più poveri schiavi al pari degli androidi di Westworld, simao così introdotti in un distopico loop infinito di schiavitù sociale.

Nella serie non mancano mai gradevoli giochi fra il diegetico e l’extradiegetico e coltissime citazioni. La rivolta finale presente nell’ultima puntata della prima stagione è generata dal creatore Robert Ford che la chiama letteralmente “nuovo arco narrativo” con evidenti giochi fra la sua figura e lo showrunner della serie, il segreto di tale storia consiste nell’emancipazione degli androidi e nella loro rivolta contro gli esseri umani. Tra le citazioni più belle va ricordata nella seconda stagione la scena in cui il rampollo della Delos incontra per la prima volta gli androidi in una festa composta solo da irriconoscibili robot. Dolores al pianoforte suona la colonna sonora del capolavoro del cinema muto di Fritz Lang Metropolis mentre una ragazza artificiale assume l’esatta posa del robot Maria nel film emblema dell’espressionismo.

Se nelle prime due stagioni la metafora degli androidi schiavi poteva essere raccolta da una minoranza di spettatori, lo spostamento nel mondo degli umani e la costruzione di una distopia parallela chiude il cerchio ed obbliga lo spettatore a guardarsi allo specchio senza il rischio di fraintendere o di non voler vedere che gli androidi del presente siamo tutti noi.

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