Tornare a vincere

Tornare a vincere (qui il trailer) è prodotto dalla Warner Bros. e distribuito direttamente tramite le piattaforme digitali (è presente sia su Sky Primafila sia su CHILI) ed è un film che già dal titolo lavora su tre piani linguistici differenti.

In primis, Gavin O’Connor (regista e co-sceneggiatore), dopo Miracle del 2004 e The Warrior del 2011, sceglie di tastare nuovamente l’ambiente sportivo. Il protagonista, l’ex campione di basket della Bishop Hayes, Jack Cunningham (interpretato da Ben Affleck, alla sua seconda collaborazione con O’Connor con cui aveva lavorato in The Accountant), è infatti incaricato di allenare l’attuale squadra della Bishop Hayes. Squadra fuori standard (i giocatori sono più bassi della media) e ultima in classifica. Il “tornare a vincere” in questo caso è legato dunque a una rivincita materiale/sportiva: il ritorno della Bishop Hayes alle vittorie che aveva quando Cunningham giocava a pallacanestro per la scuola. Il tipo di regia, tramite l’utilizzo di zoom, tipici delle dirette televisive, sottolinea di sicuro questo aspetto, ma nel modo in cui questa tecnica viene adottata spinge verso una seconda interpretazione.

Tornare a vincere

Gli zoom non sono utilizzati da O’Connor durante le partite di pallacanestro, anzi in questi momenti il montaggio diventa più frenetico, in una sorta di “fun and games”, e si concentra a sintetizzazioni schematiche dove a contare sono solo i punteggi oggettivi. Inoltre, non sono veloci come quelli delle dirette sportive, ma inesorabilmente lenti. Questo perché servono a entrare dentro il dolore dei protagonisti (in particolare di Jack, ma anche di sua moglie). Esattamente come in tutti i suoi film, O’ Connor non è interessato al mondo circostante o allo sport in sé, ma all’inquietudine dei suoi personaggi, immersi in sfide personali impossibili e di estrema sofferenza e presi durante la loro caduta negli abissi più profondi dell’esistenza.

Non a caso il titolo originale, The Way Back, significa proprio “la via del ritorno”, quella fase, nel modello circolare vogleriano, dove si inizia la risalita. Risalita, che, come anticipato, assume una terza valenza, in questo caso nella scelta stessa dell’attore: Ben Affleck. L’attore californiano, infatti, prima delle riprese del film era ricoverato in un centro di recupero per la sua dipendenza da alcol e aveva divorziato dalla moglie. Un attore a un passo dal baratro e mal visto dall’opinione pubblica, che aveva bisogno, esattamente come Jack Cunnigham e la squadra del Bisghop Hayes, di tornare a credere in se stesso, di intraprendere un viaggio per tornare a vincere, o meglio a vivere.

Tornare a vincere è un film immerso pienamente nell’ottica narrativa e registica di Gavin O’Connor, che, già dal suo Tubleweeds del 1999 (film con forti note biografiche, essendo tratto dalle memorie dell’ex moglie dello stesso O’Connor, Angela Shelton), si concentrava sui punti bassi dell’esistenza, mostrando momenti morti e sconfitte in modo più pregnante rispetto alle vittorie, segnate velocemente da schemi numerici e da fuori schermi. Un’opera che, muovendosi su tre livelli, grazie anche all’uso freddo della macchina da presa, riesce a far ragionare lo spettatore sul senso stesso della vita, spesso desaturata, ma che pretende anche una “way to back”: un viaggio per “tornare a vincere”.

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