Un Cristo crocifisso ricoperto di neve e poi, man mano che la macchina da presa si allontana, la distesa innevata del Wyoming e una diligenza che si avvicina. Questa è la sequenza iniziale di The Hateful Eight, ottavo film di Quentin Tarantino che uscirà in digitale nelle sale italiane il 4 febbraio (in pellicola 70mm è disponibile già dal 29 gennaio, ma in soli tre cinema in tutta Italia). Sequenza che pone metaforicamente due avvertimenti allo spettatore – oltre le indiscusse qualità del direttore della fotografia Robert Richardson: la neve sarà sfondo e protagonista dell’intreccio; non esistono moralità e giustizia in questo film, neanche quella divina. La giustizia, se c’è, è frammentaria, individuale, personalizzata, e ad una giustizia frammentaria corrisponde la frammentarietà dell’identità. In una costante ricerca di lettere, documenti, mandati e ogni altro possibile segno tangibile di identificazione e riconoscimento, usati al contempo per dimostrare di essere chi in realtà non si è, sono la diffidenza e la menzogna a regnare sovrane.
Lo stesso film, in fondo, vive il proprio complesso d’identità non riconoscendosi in alcun genere cinematografico specifico o, forse, riconoscendosi in tutti. E se i personaggi sono ingannatori, il film lo è attraverso il suo impianto drammaturgico, le sue parole, la sua ironia, la sua mise-en-scène, il suo mostrare tutto per non svelare niente.
Anche gli Stati Uniti d’altro canto, pur nella loro forma embrionale, sono rappresentati orfani di un’identità specifica, vittima dei retaggi della guerra civile, in bilico su quella linea che separa moralità e disonestà. Così, con interpretazioni individuali ed individualistiche della giustizia «è il boia a distinguere la giustizia, perché ammazza senza coinvolgimento emotivo» nate da una fondamentale mancanza dello Stato Sovrano, rimane una sola costante ad accomunare i personaggi, ad accomunare la storia degli Stati Uniti: la violenza.

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Messa da parte ogni forma di integrazione sociale, sopravvivono solo gli archetipi del racconto americano dello scontro di civiltà: bianchi contro neri, americani contro messicani, nordisti contro sudisti, uomini contro donne. In un film in cui i neri sono ancora negri, i messicani sono gli unici a non essere accettati nell’emporio di Minnie (in realtà non sono ben accetti neanche i cani) e il boia diventa l’emblema della superiorità della giustizia americana, la violenza si trasforma da espediente narrativo a specchio del racconto e della società (anche quella contemporanea, ovvio), donando al film anche una connotazione politica.
Non ci sono protagonisti da salvare, nessun eroe con cui empatizzare, solo otto odiose emanazione della violenza che interagiscono tra di loro e costruiscono, con i loro dialoghi e con le loro azioni, l’impalcatura narrativa del film. L’uso del 70 mm è in questo esemplificativo: rappresentando più personaggi nella stessa inquadratura all’interno di uno spazio chiuso, e unendo azioni in primo piano e sullo sfondo, cattura l’attenzione dello spettatore obbligandolo ad un notevole sforzo partecipativo e alternando effetti di suspense e di sorpresa.

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In un mondo senza giustizia abitato da personaggi di dubbie virtù morali, solo il ricordo di un tempo passato e non ancora contaminato dalla violenza può sopravvivere, seppur tale ricordo è falso, immaginario, come forse è falsa la speranza in quel Cristo ricoperto di neve.

di Gianluca Badii

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