Copenaghen, 1926. Il noto paesaggista Einar Wegener (Eddie Redmayne) posa per la moglie Gerta (Alicia Wikander) in abiti e atteggiamenti femminili. Quasi impercettibilmente, passa le dita sulle cuciture del vestito e chiude gli occhi, in un gesto che risveglierà una consapevolezza latente, dolorosa, e al tempo stesso liberatoria, quella di vivere la vita di un altro, nel corpo di un altro. Ciò che ha inizio come un semplice gioco, si trasforma così in un travagliato cammino verso la comprensione, l’accettazione e la realizzazione del proprio io. Sulla superficie bianca dello schermo, simile alla tela vergine di un pittore, prende vita come in quadro, la storia di un uomo che ha avuto il coraggio di riconoscere la propria diversità e combattere per essa.

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The Danish Girl, diretto da Tom Hooper e tratto dall’omonimo romanzo di David Ebershoff, racconta la vita dell’uomo che per primo si sottopose ad un intervento mai tentato, per realizzare il suo sogno, vivere la vita come Lili Elbe, e non più come Einar Wegener. Il film immerge lo spettatore all’interno di un quadro a tinte pastello, dipingendo in maniera profondamente introspettiva una storia di coraggio e determinazione. La fragilità dell’animo umano è messa brutalmente a nudo, incorniciata da empatici primi piani, silenzi e gesti impercettibili, che si infrangono sullo schermo con una forza emotiva inarrestabile. Così Lili travolge Einar, spingendolo a mettere in discussione ogni cosa. La propria sessualità, il proprio matrimonio, la propria identità. Tutto è spazzata via da Lili. Guardandosi febbrilmente allo specchio, l’uomo capisce che quella che ha sempre considerato una “parte altra”, un parassita estraneo da confinare nelle paludi dell’inconscio, è in realtà la sua più pura essenza. La natura femminile, inizialmente frutto di un mascheramento, prende vita e corporeità con forza distruttiva dai disegni di Gerta, fino ad impossessarsi completamente dell’uomo o meglio, fino a sopprimere la parte maschile, come la vera e propria intrusa. The Danish Girl mette in scena, passo dopo passo, un doloroso percorso iniziatico. La realizzazione del sogno di essere se stesso, di vivere e amare come una donna, di «avere un giorno una famiglia e dei figli», di liberarsi di quel corpo che è vissuto ormai come una gabbia mortifera che soffoca, sopprime, uccide lentamente. Perché la vera libertà è quella di essere sempre e comunque se stessi, nonostante gli sguardi altrui, le accuse di deviazione o schizofrenia. Ciò che rende liberi, è accettare e vivere se stessi per come realmente si è.

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È l’arte ad essere l’assoluta protagonista di The Danish Girl. Straripando dai confini della tela, si esprime nella fotografia dal carattere “pittorico”, nelle pose plastiche, e nel paesaggio, fino ad investire i corpi dei protagonisti, che si rendono essi stessi arte. Einar rincorre nei propri dipinti il paesaggio della sua infanzia, conscio di aver lasciato in quel luogo incantato, la parte più autentica e reale di sè, Lili. Il rappresentare ossessivamente la palude, si configura come un tentativo di esprimersi attraverso le immagini, ma sopratutto di riportare alla luce la propria vera identità. Ed è proprio attraverso l’arte che questa transizione avviene. Lentamente egli plasma il suo corpo come si plasma un’opera d’arte. Dipinge sulle sue superfici, come in un quadro, i segni di una femminilità che ormai è troppo forte per rimanere sopita. Lili non è più un’estranea, ma è qualcosa di reale, qualcosa per cui combattere, rischiando il tutto per tutto. Tom Hooper, attraverso la coraggiosa figura di Lili Elbe, plasma un affresco che si ricalca alla perfezione la realtà contemporanea, dove l’accettare se stessi è la sfida più grande che ci si trova ad affrontare, contro la minaccia dei pregiudizi.

Flavia Ficoroni

 

 

 

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