ATTORE, STAR, BRAND: UN’ANALISI DELLA COSTRUZIONE DIVISTICA DI KEVIN SPACEY

Introduzione
L’industria hollywoodiana ha perso da tempo il suo primato nella creazione di figure autorevoli in termini di star power. Come dimostra la classifica «Celebrity 100» stilata da Forbes, l’avvento della televisione prima e di Internet poi, hanno minato le basi già instabili degli ultimi residui dello Star System. La scelta di analizzare una figura come quella di Kevin Spacey nasce dal bisogno di indagare un tipo diverso di stardom che trae origine all’interno dell’industria hollywoodiana per poi prenderne le distanze. Una costruzione divistica che si fa portavoce, oltre che della maggiore autonomia di cui le celebrità possono usufruire rispetto al passato, di un cambiamento generale in atto nel modo in cui il mondo dell’intrattenimento si sposta dagli studios alla rete.

Un’ immagine problematica: anti-star stardom
Un elemento ricorrente nel racconto della scalata al successo è un punto di svolta, un momento in cui la futura star comprende il suo destino. Nel caso di Spacey, questo turn point è rappresentato da un doppio incontro, quello con Katherine Hepburn nel parcheggio di un teatro e con Jack Lemmon durante un act class a New York. Entrambi, già all’epoca (siamo intorno al 1973) all’apice della carriera, consigliano al giovane Spacey di continuare a lavorare per diventare un attore. Al di là della curiosità biografica di questi incontri, è interessante notare come nelle figure divistiche di due dei personaggi di spicco della Hollywood classica, si ritrovino tratti comuni all’immagine di Spacey stesso, come se questa si fosse plasmata nel tempo facendo costante riferimento a quei due modelli. Da un lato Mrs. Hepburn, figura anticonformista di femminilità nella Hollywood degli anni trenta, conosciuta per il suo carattere forte e citata da Anne Morey come attrice «self-maker» (Morey, 2011). Dall’altro, Jack Lemmon, la star classica per eccellenza, in grado di incarnare un determinato «tipo sociale», quello dell’«everyman» (Farr, 2011). L’immagine della star Spacey è contrassegnata da una costante ambivalenza tra apparire e scomparire, tra rientrare in una specifica tipologia di ruoli, come Jack Lemmon, e il rifiuto di ogni categorizzazione al pari di Katharine Hepburn. Secondo Richard Dyer, il processo divistico trae origine dal teatro ma si sviluppa pienamente solo in relazione all’attore di cinema, come se esistesse qualcosa di intrinseco al mezzo cinematografico che crea le star (Dyer, 2003). In un articolo del 1938, apparso sulla rivista di cinema Bianco e Nero, l’allora direttore Luigi Chiarini, spiega che laddove l’attore di teatro avrà il compito di far rivivere un personaggio esistente, «l’attore cinematografico interviene in una fase che è ancora di creazione e non di interpretazione; egli […] dovrà contribuire a creare un personaggio […] non è soltanto un interprete ma il creatore del film col regista» (Chiarini,1938). Grazie a questo margine creativo, il secondo possiede i presupposti per diventare una star a differenza del primo. Ora, nel caso specifico Spacey, che nasce come attore di teatro, entrambi gli aspetti sembrano coesistere. La sua figura di celebrità oscilla costantemente tra la visibilità paradigmatica delle star di Hollywood e uno desiderio di scomparire dietro il personaggio, tipicamente teatrale, originando un’immagine problematica, ma che allo stesso tempo contribuisce al fascino enigmatico per il quale la star è più conosciuta a livello internazionale. L’immagine divistica si modella sia a partire dall’immagine filmica del divo che da quella mediatica, la quale «trasfigura analogamente a quanto fa la pellicola» (Jandelli, 2011). Ironicamente, di Spacey si scrive che: «we know more about the surface of Mars, than about Kevin Spacey’s life». Eppure, l’assenza di questo presupposto non corrisponde, se non in parte, a una caduta della sua popolarità. Determina semmai un tipo diverso di stardom che McDonald chiama «anti-star stardom» (McDonald, 2013). Pur non rientrando a pieno titolo nella a-list delle star di Hollywood, Spacey si fa rappresentante della categoria delle prestige star. Se una celebrità è prima di tutto «a person-as-brand», veicolo di una serie di valori riconoscibili e spendibili sul mercato, nel caso di Spacey questo brand è legato soprattutto al capitale simbolico che si origina dal suo talento attoriale, sancito dai numerosi premi vinti, una certa eleganza e impeccabilità nel mostrarsi pubblicamente, così come la sua stessa invisibilità in termini di vita privata, l’enigmaticità che ne deriva, le iniziative personali, la sua casa di produzione, il tutto unito a un certo humor, di cui sono esempi le sue esilaranti imitazioni delle star di Hollywood. Ed è proprio da queste che Spacey prende le distanze dichiarando in più occasioni «I’m not a celebrity, that’s not my profession, I’m an actor» (Spacey, 2007). A dimostrazione di ciò, la scelta di allontanarsi fisicamente da Hollywood per dirigere il teatro Old Vic di Londra, proprio nel momento in cui riceve la massima onorificenza di Hollywood per Hollywood, l’Oscar come miglior attore protagonista per American Beauty nel 1999.

 Kevin Spacey Divismo Tesi di Laurea Angela Santomassimo

Ma questo distacco dalla logica commerciale hollywoodiana è solo apparente. È proprio a partire dall’invisibilità della sua immagine pubblica che Spacey costruisce la sua figura di star, la cui enigmaticità confluisce in tutta quella serie di cattivi a cui da vita. Come dichiara in una battuta il personaggio di Frank Underwood della serie House of Cards: «there’s a value in having secrets we wouldn’t be ourselves without them».
Oltre a rendere quei personaggi verosimili fino alle estreme conseguenze, la scelta di “non apparire” intercetta significati socio-culturali importanti. Se le star di Hollywood sono il simbolo stesso di una nazione costruita per essere venduta come quella americana, Spacey ne rappresenta l’eccezione e quindi il riscatto. Non a caso il ruolo che ne sancisce il lancio nel firmamento delle star – dopo il quale Spacey riceve la sua stella sul Walk of Fame – è quello di Lester Burnham in American Beauty, personaggio in crisi di mezza età che rifiuta tutti i feticci della realtà consumistica americana. Il film resta il suo più grande successo di critica e pubblico. In più, come si vedrà nel paragrafo seguente, il ruolo di Lester in relazione all’immagine di Spacey, intercetta apertamente le contraddizioni di un periodo storico, quello dell’epoca Clinton.

Angela Santomassimo

Se vuoi leggere il resto dell’elaborato puoi cliccare qui: FOCUS_TESI DIVISMO SPACEY

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