takara

Un film in 4:3, privo di dialoghi e con solo due momenti di musica, classica per giunta. Effettivamente sembra mancare soltanto il bianco e nero per fare un salto indietro nel tempo, ma il colore c’è eccome e dipinge sullo schermo vari paesaggi innevati all’interno dei quali si staglia la figura di un bambino che vaga spensierato.

La storia in realtà è molto semplice, Takara, bimbo di circa sette/otto anni, si sveglia una notte e non riuscendo a riaddormentarsi si mette a disegnare e giocare fino al mattino. L’indomani, invece di andare a scuola, decide di imbarcarsi in una piccola grande avventura, portare il suo disegno, fatto la notte prima, al papà che lavora in un mercato ittico in un’altra città. Takara, a piccoli passi, parte così per questo viaggio che, visto con i suoi occhi, può essere paragonato ad una grande odissea in un mondo fatto su misura per gli adulti.

La mancanza di dialoghi e la sola presenza di suoni ambientali, recepiti sempre con il punto di ascolto del bambino, contribuiscono all’immersione da parte dello spettatore all’interno di questa narrazione e lo convincono a lasciarsi trasportare da un alternarsi di immagini particolarmente lento e con un ritmo molto dilatato temporalmente.

Chiaramente questo non è un film facilmente recepibile per lo spettatore che è abituato ad andare al cinema a vedere solo thriller o action movie con un susseguirsi frenetico di inquadrature, una musica che lo fa saltare sulla poltrona e scene che fanno battere il cuore a mille, poiché è diametralmente opposto a tutto ciò. Riuscire a guardare questa pellicola senza trovarla molto lenta è, in realtà, una sfida anche per noi giovani spettatori, che nonostante il nostro grande interesse verso il cinema del passato e una grande disponibilità verso film che generazionalmente non ci appartengono, siamo comunque fortemente condizionati da quello che viene chiamato “nuovo millennio”, definito come quell’epoca in cui la freneticità dell’immagine la fa da padrona.

Le difficoltà per il pubblico aumentano dal momento che la maggior parte delle inquadrature sono larghe (per lo più totali e campi lunghi), creando così un notevole distacco emotivo rispetto al bambino. Ma perchè ciò contibuisce a una mancanza di immedesimazione nel piccolo protagonista? I motivi sono fondamentalmente due: principalmente per lo scarto di età, e secondariamente perchè questa distanza della camera non permette di cogliere appieno le varie emozioni che il volto di Takara esprime. Tutto questo si risolve con un effetto di straniamento in quelle poche volte che la macchina si avvicina, poiché sembra esserci una rottura in quell’equilibrio costruito attentamente tra lontananza visiva dal soggetto e punto di ascolto invece ravvicinato.

Questa pellicola dà così vita ad una delicata situazione armonica tra vicinanza e lontananza permettendo un’immersività molto alta ma di una tipologia a cui non siamo abituati, che però può essere interessante approfondire per avere una differente risposta emotiva. Tutto ciò in un panorama mediatico così caotico e veloce, può risultare inaspettatamente piacevole e rilassante, poichè concede allo spettatore una piccola pausa da quella frenesia giornaliera a cui è continuamente sottoposto.

https://i2.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/05/59756383_2303031543091175_3709126000114663424_o.jpg?fit=1024%2C536https://i2.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/05/59756383_2303031543091175_3709126000114663424_o.jpg?resize=150%2C150Davide Roberto BajardoRecensioni di FilmDamien Manivel,Kohei Igarashi,Takara - La notte che ho sognatoUn film in 4:3, privo di dialoghi e con solo due momenti di musica, classica per giunta. Effettivamente sembra mancare soltanto il bianco e nero per fare un salto indietro nel tempo, ma il colore c’è eccome e dipinge sullo schermo vari paesaggi innevati all’interno dei quali si staglia...Università degli studi di Roma La Sapienza