Scrittrici, pittrici, attrici, filosofe, avvocatesse, politichesse, medici donne – solo a dare loro un nome abbiamo difficoltà, anche il controllo ortografico mi segna errore – ma sono veramente esistite? Per molto tempo non ne abbiamo traccia, qualche accenno per onor di cronaca ma di poca considerazione. Poi all’improvviso arrivano queste che vogliono il diritto di voto, la custodia dei bambini, aumenti di salario e c’è bisogno di dar loro un nome: suffragette. Poter definire qualcosa ci dà modo, o almeno l’impressione, di poterla inquadrare e criticare, estrapolarla e rileggerla. Così Emmeline Pankhust e Emily Wilding, dalla cronaca dei giornali inglesi, diventarono icone agli occhi delle donne di tutto il mondo. Eppure il loro slogan era Deeds, not words (Azioni, non parole).
Una storia di eroine che ispira tutto il cast coinvolto da Sarah Gavron nel suo ultimo film, Suffragette – le donne che hanno cambiato il mondo, che esce nelle sale italiane in occasione della Festa della Donna, a 70 anni dal voto a suffragio universale in Italia, a emblema di un cinema donna, tanto davanti che dietro la macchina. Regista, produttrici, sceneggiatrice, casting director, scenografa e costumista sono tutte donne che hanno messo la loro passione in questo film per raccontare una storia di donne, di valori e desideri che condividono e vivono ancora oggi. Per farlo hanno consapevolmente scelto tre attrici tra le più apprezzate nel panorama contemporaneo che hanno saputo diventare nel tempo, come i loro personaggi, icone di uno sguardo che esce dalla cornice dello schermo.


Carey Mulligan (Maud Watts), 
Helena Bonham Carter (Edith Ellyn) e Meryl Streep (Emmeline Pankhurst) portano nel film tre generazioni di attrici (e donne) che si scambiano sguardi e consigli. La Streep si vede pochissimo, tre premi Oscar e un’unica breve scena? Ma viene evocata da fotografie e discorsi diventando una vera e propria icona della Storia. A farle da porta voce c’è Helena Bonham Carter, volto di una generazione stanca di lottare, zoppa e malata ma sempre forte e legata ai suoi valori. La sua è una carriera di co-protagoniste/antagoniste. Una carriera di pochi riconoscimenti (almeno ufficiali) ma tanti successi legittimati dalla costanza e dalla bravura di questa attrice. Ma oggi la protagonista può essere solo Carey Mulligan. Giovane attrice inglese in rapida ascesa. Un volto carino e ingenuo, particolare, che trova nei suoi personaggi la forza di imporsi. Come sostiene la sceneggiatrice Abi Morgan «la Mulligan è una di quelle rarissime attrici in grado di trasmettere autenticità e verità assolute». Così è anche la giovane Maud: madre, lavoratrice schiava del sistema, trova la forza di alzare lo sguardo e di iniziare a sognare.

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Non credo che siano solo curiose congetture. La storia del film è costruita su un personaggio composito e fittizio, una donna comune che in sé riassume lo spirito e le contraddizioni della sua generazione e di molte altre. Il passaggio di testimone dalla Pankhurs a Moud, passando tra le mani di Edith Ellyn, avviene simbolicamente dentro le pagine di Dreams. Il libro al quale Maud dà voce oggi ci viene raccontato da Sarah Gavron e anche questa volta a seguire le sue orme c’è un cast di donne in prima linea.

Il cinema nasce con uno sguardo maschio (non solo perché il regista è da sempre un lavoro maschile ma anche perché il punto di vista proposto è costruito sullo sguardo e sul desiderio maschile) e nonostante le provocazioni teoriche nate dallo spirito sessantottino con la Feminist Film Theory, il sistema è ostile a mettersi il mascara (la situazione attuale è fotografata da un interessante articolo che testa i film degli ultimi vent’anni in base alla percentuale di femmine e maschi presenti dietro la macchina da presa). Un linguaggio così complesso difficilmente può essere rivoluzionato, ma ciò non vuol dire che nel tempo non si sia aperto a graduali novità che permettono oggi ad un cast tecnico e artistico di contare una considerevole percentuale di donne in ruoli decisivi. Un rinnovamento che difficilmente possiamo prevedere o teorizzare, ma oggi lo possiamo forse mostrare. «Images, not words».

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