Un film di genere dovrebbe essere un film minore, cinema “basso”, di serie B, o addirittura triviale, tanto più se si intitola Suburra, come il quartiere di postriboli dell’antica Roma dove il potere e la criminalità si scambiavano commerci. Può la visione di un noir rifigurare i fatti attraverso la finzione fino a modificare la conoscenza del mondo criminale di Roma? Era già successo con Romanzo Criminale ma lì la serie e l’opera letteraria da cui era tratta attingevano agli atti giudiziari e ad episodi realmente accaduti. Oggi la rete criminale romana è cambiata, si è fatta più complessa, problematica e confusa di quanto le cronache la facciano apparire. Il film offre un quadro esplicativo e classificatorio della nuova Suburra. Il deus ex machina è Samurai (Claudio Amendola), superstite ed erede unico della Banda della Magliana, nuovo re di Roma e sommo régisseur del malaffare. Samurai incontra il politico Pippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), che per coprirsi dalle conseguenze di una notte brava in cui ha perso la vita una escort minorenne si è inguaiato ancora peggio chiedendo aiuto al compagno di partito Rogna, colluso con un capo banda del litorale. Sul tavolo del ristorante si vede un giornale con la foto dell’ex Nar Bacarozzo, conoscenza comune ad entrambi, deceduto in seguito a un incidente stradale ma in realtà fatto eliminare da Samurai.

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Malgradi gli chiede: Sei stato tuLa risposta è: È stata Roma.

La risposta di chi a Roma manovra tutto. Tutto quanto si vede nel film è intimamente legato alla nuova contrattualità politica e criminale della capitale, basata sul ricatto, sulla cocaina e sul grande progetto di trasformare il Waterfront di Ostia in una nuova Las Vegas, includendo nell’affare le “famiglie della bassa Italia”.
Stefano Sollima torna così al grande schermo, tre anni dopo A.C.A.B. e dopo i successi televisivi di Romanzo Criminale e Gomorra. Suburra è tratto dal romanzo omonimo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, prodotto da Cattleya e RaiCinema, scritto con gli autori del libro e Rulli & Petraglia. Un noir all’italiana che mescola all’essenza del noir metropolitano ingredienti di cinema “alto” come una fotografia livida e raffinata, un cast straordinario, musiche coinvolgenti (Outro degli M83) e momenti di regia superlativa. Sollima si muove agevolmente tanto nelle spettacolari scene d’azione, come la sparatoria nel centro commerciale, quanto nei campi-controcampi dei dialoghi rudimentali tra Samurai e Numero 8 (Alessandro Borghi) o tra Samurai e Manfredi (Adamo Dionisi) a proposito della “roba grossa” di Ostia:

S. (…) ce sta de mezzo la politica e la finanza. Voi fino a ieri scontavate le cambiali a gente co le pezze al culo.

M. Si, però mo semo cresciuti e ce rispetteno tutti.

S. Davanti, perché je fate paura ma de dietro? Ancora ve chiamano zingari de merda, sempre poracci cravattari rimanete.

Diluvia pioggia sporca sulla capitale e l’universo lutulento del crimine prende forma dal sottosuolo come l’acqua che trabocca dai tombini, scivolando tra i vizi di un politico corrotto e perverso, le missioni del boss girovagante nel cuore della notte, lo scagnozzo instabile dallo sguardo ferino, il viscido PiErre (Elio Germano) organizzatore di feste della Roma bene, figlio della prima vittima precipitata nel fiume (Antonello Fassari) e prima immolazione ai rigurgiti emergenti della Cloaca Maxima. Il territorio narrativo è diviso in 7 capitoli/giorni, dal 5 al 12 Novembre 2011, data dell’Apocalisse, che ricorderemo per le dimissioni di Berlusconi da Premier e quelle imminenti di Benedetto XVI da Papa. Tempismo di un contesto narrativo motivato dai fatti di cronaca, fino all’ultima rivelazione degli interni della villa dei Casamonica, tanto da far dire che la realtà supera ogni tentativo di rappresentarla. I 130’ fluiscono come la pioggia scrosciante e le acque ingrossate del Tevere senza gravare mai sul ritmo, esaltandolo anzi. Vedere il film è un piacere, lo spettatore si sente nella zona d’intersezione tra l’alto delle terrazze di La Grande Bellezza e il basso di Suburra, tra i corrotti e i corruttori. È cinema basso, dunque? È cinema di genere, di più generi forse, lo stesso Sollima lo ha definito un western metropolitano, e come non ritenere uno sfondamento del genere la scena finale “spietata” di Viola (Greta Scarano) che fredda Samurai?

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È fortemente imparentato con la realtà ma lo è molto di più con il cinema che riqualifica la realtà per il piacere degli occhi, quello che una volta si chiamava “cinema d’evasione”. Suburra è un’opera di fiction regressiva rispetto alla realtà, eppure è un film politico, nel senso che lo è come i film di Fernando di Leo che mettevano davanti agli occhi del cittadino-spettatore il degrado dei Padroni della città, di La mala ordina o Milano calibro 9. Gli effetti di realtà tracciano una mappa dei poteri forti, non bastano a disegnare magnifici ritratti sociali come Umberto D.

 

Roberta Fiaschetti

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