The Social Dilemma

Da poco meno di un mese è disponibile su Netflix il documentario The Social Dilemma (trailer), diretto dall’americano Jeff Orlowski e scritto dallo stesso in collaborazione con Davis Coombe e Vickie Curtis. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2020, il film ha ricevuto da parte di critica e pubblico pareri generalmente positivi. Il documentario, docudrama per essere precisi, mette a nudo il lato oscuro dei social network esplorando temi come lo sfruttamento dei dati degli utenti a fini di lucro, la dipendenza e il suo effetto sulla salute mentale, finanche il loro ruolo nel diffondersi di pericolose ideologie politiche e spaccature sociali.

Il cast degli intervistati è ricco di volti freschi e carismatici come Tristan Harris, Aza Raskin, Justin Rosenstein e molti altri, esempi eccellenti di quella generazione che tra i venti e i trenta, sostenuta dalla creatività e dall’entusiasmo tipico della gioventù, ha avuto l’intuizione e le capacità di creare mezzi nuovi, tanto potenti da aprire una nuova fase per l’umanità. In una manciata di anni il volto del mondo e il modo di relazionarsi sono cambiati irreversibilmente, purtroppo, però come nel più classico film di fantascienza, la creatura ha acquistato tanta forza da sfuggire al controllo del proprio creatore che, come un novello dottor Frankenstein, ora non può fare altro che mettere in guardia il resto dell’umanità dal frutto del proprio genio. 

In effetti soprattutto le scene recitate, quelle che raccontano le vicende di un normale nucleo familiare alle prese con la crescente dipendenza da smartphone dei propri figli, sembrano uscite da un film dell’orrore, a partire dalla tensiva musica di sottofondo che accompagnerà le vicende verso una deriva sempre più inquietante. Deriva che, sembra ricordare il film ogni minuto, si cela dietro i gesti più semplici, quelli che facciamo e vediamo fare in continuazione.

Tra i punti forti del film spicca il fatto che siano le stesse menti creatrici di Google,  Facebook, Instagram, Reddit, Pinterest e altro a illuminare gli spettatori su come la dipendenza e la violazione della privacy non siano delle fortuite falle del sistema, ma siano il Sistema, studiato a tavolino da esperti della persuasione, perché: “Se non paghi per il prodotto, allora significa che il prodotto sei tu”.

The Social Dilemma

Meccanismi reali, spesso accennati ma raramente approfonditi, vengono spiegati in modo chiaro e accattivante. Orlowski confeziona un prodotto snello e fruibile, nel pieno stile della famosa piattaforma streaming. Il merito maggiore di The Social Dilemma è probabilmente quello di riuscire a parlare in modo convincente di un tema attualissimo attraverso non vecchi bacchettoni al di fuori di ogni logica moderna, ma tramite giovani intraprendenti costruttori, prima che semplici fruitori, dei mezzi della contemporaneità.

Nonostante ciò si ha sempre la sensazione che il documentario si fermi alla superficie della questione, che non squarci il velo con totale onestà. Si danno molte opinioni, ma pochi esempi concreti, dati irrisori e pressoché nessuna soluzione. I pareri sanno di parziale, un’indagine completa non dovrebbe invece sottrarsi dall’ascoltare tutte le campane. La pellicola non sfugge a quel sensazionalismo di parte, tanto diffuso proprio sui famigerati social. Problematiche complesse come i suicidi tra gli adolescenti, le fakenews, gli estremismi politici, la crescente tensione sociale, vengono tutti ricondotti ai social media, indicati come causa di problematiche generate in realtà da una complessa serie di concause di natura storica, sociologica, economica.

Una cosa è certa:  per i giorni successivi alla visione di The Social Dilemma pubblicare quella foto su Instagram, cliccare su quella notifica di Facebook o mettere un “mipiace” al nuovo video del nostro Youtuber preferito non saranno più gesti fatti a cuor leggero, vi chiederete se quel tocco renderà anche voi dei fantocci privi di volontà nelle mani di algoritmi senz’anima. Penserete qualche istante se rimettere lo smartphone in tasca, ma alla fine non lo farete, aprirete qualche social, inizierete a scorrere l’homepage e presto i secondi diventeranno minuti, in alcuni casi i minuti diventeranno ore.

Nonostante ciò il film sarà comunque riuscito nel suo intento, quello di avervi fatto ragionare su quel complesso semplice touch, anche se solo per pochi istanti. D’altronde The Social Dilemma non vuole essere un film risolutivo (se lo volesse sarebbe necessario ammettere che si tratti di un’opera mediocre), ma l’abbozzo di un punto di partenza non verso un’anacronistica abolizione dei social media ma verso un loro uso più sano e consapevole, fatto con il cervello prima che con la mano.

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