Su Netflix: I Am Mother

Di come Netflix stia divenendo man mano un ricettacolo sempre più nutrito di film di natura post-apocalittica abbiamo già avuto modo di accennare in passato. E’ interessante osservare il modo in cui la piattaforma di streaming non disdegni affatto investire in pellicole a carattere fantascientifico, permettendo ad un genere sempreverde, ma in parte ancora di nicchia, di trovare un approdo sicuro dove offrirsi al pubblico, seppur con risultati quantomeno discutibili nella maggior parte dei casi. Molte pellicole di questo filone che è possibile trovare nello sterminato catalogo Netflix, infatti, difficilmente avrebbero conosciuto una distribuzione in sala, considerata la loro fattura qualitativa mediamente piuttosto bassa e dal perenne sapore di “deja-vù”.

Nel caso di I Am Mother (trailer), produzione originale australiana con alla regia lo sconosciuto Grant Sputore, ci troviamo di fronte ad una piacevole eccezione che qualche sala avrebbe potuto conoscerla senza troppi rimpianti. E’ bene fin da subito inquadrare la cornice del film, che attingendo e nutrendosi del ricco immaginario visivo e narrativo dei grandi “padri fondatori” del genere, non si dimostra interessato a sperimentare o tentare innovazioni concettuali, bensì si limita, umilmente, a inscrivere all’interno di questa salda impalcatura il suo (bel) discorso. Come se di questi tempi fosse poco, dopotutto.

La trama è presto detta: all’alba successiva all’estinzione del genere umano, in un indefinito e segreto bunker, una ragazzina (Clara Rugaard-Larsen) viene allevata da un amorevole robot, Mother (la cui voce originale è prestata da Rose Byrne), che sembra prepararla per un importante compito. Ben presto, come si intuisce, le carte in tavola si mescolano, con l’ingresso in scena di una sconosciuta proveniente dal mondo esterno (Hilary Swank). Sui rapporti di forza di questo atipico triangolo (di certo non filadelfico) si gioca un thriller dalle note fortemente psicologiche, retto perfettamente dalle ottime performance delle due (+1) interpreti.

Come scritto in precedenza, pur riciclando stilemi non originali di una cultura ben radicata, I Am Mother fa leva sul duello mentale a tre che si instaura tra le protagoniste (quella di Mother è una presenza scenica incredibile), non risparmiando rovesciamenti da nessun lato e anzi vibrando di suspense in un crescendo che per qualche momento ci fa rifiatare trascinandoci anche, saggiamente e senza essere ingordo, fuori dalle mura del bunker. In un genere che spesso sembra non poter fare a meno di rivelarsi didascalico nel suo approcciarsi all’attualità (surriscaldamento, disastri naturali, guerre), I Am Mother riesce a donare chiavi di lettura stratificate su più livelli senza mai andare ad ostentare nulla davanti lo spettatore, riflettendo in modo intelligente (e dalle eco asimoviane) su tematiche che vedono intrecciarsi le responsabilità personali a quelle sociali.

Ribadendo che un film come I Am Mother saremmo andati a vederlo volentieri anche al cinema, rimane uno dei migliori originali Netflix nel suo campo e, perché no, forse addirittura di tutta la piattaforma.

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