Su Netflix: Dracula

Moffatt e Gatiss sono due autori che, dando una breve occhiata alla loro carriera di sceneggiatori, sembrerebbero meravigliosamente insensibili alle frequenti ondate di indignazione delle orde dei fautori dell’originalità. Quelli che ad ogni progetto tratto da una qualsiasi opera che faccia già parte dell’immaginario collettivo si alzano ed in coro inneggiano all’inutilità dell’ennesimo adattamento di una storia “già vista”. Forse queste orde sono state più silenziose del solito in occasione dell’uscita di questa miniserie grazie a Sherlock ed al meraviglioso lavoro di aggiornamento del suo personaggio e della sua narrazione. Perché il pregio di quell’opera era proprio quello di recuperare una storia trita e ritrita per farle dire qualcosa di nuovo attraverso una forma nuova. Sorge allora, legittimamente, una domanda: questo Dracula (trailer) ha qualcosa di nuovo da dirci?

Nella prima puntata, su tre da un’ora e mezza di cui è composta la prima stagione, questo svecchiamento sembrerebbe essere meno radicale rispetto a Sherlock. L’ambientazione, Ungheria e Transilvania di fine ‘800 sono quelli classici, mentre l’aggiornamento dei personaggi sembra essere relegato ad alcuni di essi: Dracula, vampiro vanesio ed egocentrico, e Van Helsing, non più Abraham ma Agatha, suora con una relazione turbolenta col suo Dio e che condivide con il suo antagonista uno spiccato acume e humour tipico di Gatiss e Moffatt. Altri, come Mina e Jonathan Harker, rimangono invece legati alla loro funzione narrativa, perdendo in freschezza e vivacità. Proprio queste due caratteristiche mancano alla messa in scena, che sembra vivere di citazionismo: tra il Dracula di Coppola e quello di Christopher Lee, tra un trucco materico alla Greg Nicotero ad una stop-motion che strizza l’occhio a Harryhausen. La prima puntata si limita ad un lungo confronto tra il rispetto ed il timore con la tradizione, sia dal punto di vista della narrazione che da quello della messa in scena.

Su Netflix: Dracula

Finita questa commemorazione in salsa horror, la seconda puntata è più libera e pronta ad osare. Agatha e Dracula rimangono il perno della narrazione, ma i personaggi attorno a loro cambiano ed aumentano, alzando il ritmo di quello che si rivela essere per tutto l’episodio un kammerspiel. Questo gioco di personaggi consente a Dracula di rivelare tutta la sua mondanità ed il suo egocentrismo, riuscendo a penetrare in una figura che nel primo episodio è apparsa come affascinante, ma misteriosa. Esattamente come Dracula usa quei personaggi per cibarsi (e per apprendere le loro maniere, le loro lingue), la narrazione li usa per chiarificare la figura di questo antagonista, relegandoli a semplici funzioni e liquidandoli spesso troppo in fretta.

Il terzo episodio è, forse, quello meno riuscito, ma allo stesso modo il più originale. Cambia radicalmente l’ambientazione e per l’ennesima volta anche i personaggi. Lo spaesamento è ancora maggiore rispetto all’episodio precedente ed è sinceramente faticoso doversi adattare a numerose linee narrative nuove, i cui collegamenti con le precedenti parti sono oscuri. Normale allora sentirsi legati solamente e soprattutto ai volti noti, anche perché lo humour pungente delle prime puntate si è fatto più spento e stirato. Però è proprio in questo episodio che l’aggiornamento della storia arriva finalmente a compimento, proprio nel momento in cui si arriva al finale.

Nel complesso, allora, risulta una serie più interessante per ciò che dirà nelle prossime stagioni piuttosto che per ciò che dice nella sua apertura. È una prima stagione che sa di premessa e che promette sviluppi interessanti, ma che isolata è incompleta e sterile nei discorsi che porta avanti, si posiziona a metà tra i fautori dell’originalità ed i puristi, non soddisfando a pieno nessuno dei due. È una carezza fin troppo gentile e rispettosa, che piuttosto che lasciare eccitazione fa venire il solletico, ma che comunque promette successivi baci accalorati.

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