Su Netflix: 6 Underground

Netflix acchiappatutto questa volta si accaparra l’ultimo film di Michael Bay, regista e produttore americano celebre per le sue produzioni ad alto tasso adrenalinico. Il film in questione è 6 Underground (trailer), prodotto da Bay stesso insieme a una schiera di altri produttori specializzati in blockbuster rivolti al grande pubblico. Ciò che salta all’occhio della produzione di 6 Underground, tuttavia, sono la coppia di sceneggiatori: Paul Wernick e Rhett Reese. Conosciuti per film di successo come i due Deadpool e la saga di Zombieland, questa volta deludono le aspettative confezionando un film ripieno di cliché, frasi fatte, forzature e semplificazioni. Insomma, sembrerebbe niente di diverso da un qualsiasi altro film di Bay. 

In effetti, 6 Underground palesa la firma registica di Bay in ogni scena: la sua specialità (che sfiora la smania) di far esplodere ogni cosa qui forse raggiunge il suo culmine, poiché il film non perde tempo e inizia subito con un inseguimento lungo venti (!) minuti tra le strade della nostra Firenze. Durante questa lunga, lunghissima introduzione, esplodono carrelli della frutta e le automobili fanno capriole inverosimili a mezz’aria dopo aver compiuto dei salti che sfidano ogni gravità. La regia di Bay è questa: una baldoria contemporanea, nella quale le inquadrature vengono mescolate follemente, tra soggettive, dettagli e riprese da angoli insoliti. E come ogni film di Bay che si rispetti, non può assolutamente mancare l’uso eccessivo dello slow-motion

Guardare film come 6 Underground attraverso una lente che ne cerchi la verosimiglianza sarebbe controproducente, come sarebbe infruttuoso guardarlo e porsi domande logiche tipo “come sono finiti qui?” oppure “da dove ha preso quel bicchiere?“. Piuttosto, sarebbe da suggerire un punto di vista che ne analizzi il ritmo, o meglio, la melodia delle immagini, poiché incuriosisce la maniera con cui il film sia stato costruito visivamente. La maggior parte delle inquadrature durano pochi secondi – anzi, che dico, pochi fotogrammi. Inoltre, le scene non si susseguono sempre con un ordine sistematico, anzi, spesso lo fanno in modo imprevisto, sembra unicamente per mantenere alto il ritmo narrativo. Questa caratteristica talvolta fa apparire 6 Underground disordinato, però in compenso lo spettatore viene così sommerso da un film che non solo non si arresta mai, ma nemmeno dà cenni di rallentare.

Peccato, quindi, che una produzione così attraente (per il pubblico a cui è rivolta) trovi il suo insuccesso nella sceneggiatura. Tralasciando per un attimo la solita ambientazione araba, dimora di ogni cattivo hollywoodiano che si rispetti (a questo giro il paese è il Turghistan – finisce ovviamente per -an, ci fanno anche una battuta al riguardo), perché, come abbiamo detto, prendere sul serio questi film sarebbe svantaggioso, ciò che delude maggiormente è l’insipidezza di ogni aspetto: dai personaggi noiosi a – peggio – le battute che non sono divertenti. Insomma, dopo la prima, lunga, scena dell’inseguimento fiorentino, si è già sazi del film – peccato che alla fine mancassero circa due ore. 

Per concludere, non è nemmeno stata presa in considerazione la trama, poiché riconoscerne il risvolto politico sarebbe forzare la mano al giudizio complessivo (nonostante questi film d’azione si ritengano onesti e carichi di rettitudine – citazione del film: «Nessuno salverà il mondo, ma possiamo renderlo meno merdoso». Okay.). Michael Bay ha la capacità di ottimizzare ogni inquadratura del film in favore del ritmo: persino le scene minori, o quelle di sesso, sono agitate ed esasperate; quindi, peccato che la coppia di sceneggiatori non abbia saputo allontanarsi abbastanza dai cliché del genere e immaginare un plot che fosse più avvincente. D’altra parte, non sarebbe scorretto definire 6 Underground come una guida didascalica, e a tratti ridicola, di un film d’azione tipo, senza che gli intrecci, i pretesti narrativi e le funzioni dei personaggi siano stati nascosti da uno schema più ragionato. 

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