C’era un tempo, non così lontano, in cui il giornalismo si faceva con la carta, l’inchiostro e la passione investigativa di uomini che vincono il Pulitzer. Nel 2003 il team Spotlight del Boston Globe ha vinto il prestigioso premio letterario per il caso che ha scoperchiato l’orrore della pedofilia perpetrata e nascosta dal clero di tutto il mondo. La storia è diventata un film più avvincente del trascendentale Revenant e più combattivo dell’apocalittico Mad Max: Fury Road. Presentato a Venezia72 fuori concorso, ha vinto il premio maggiore al Dolby Theater, aggiudicandosi anche l’oscar per la miglior sceneggiatura originale.

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Tom McCarthy conosce bene Boston, si è diplomato al Boston College, e vi ha girato un appassionante dramma giornalistico attingendo alle atmosfere del cinema americano degli anni 70, da film come Tutti gli uomini del Presidente o I tre giorni del condor. La storia è quella del team di giornalisti che investigò sugli abusi subiti da centinaia di bambini a Boston e portò alla stesura di una lista di 90 nomi di prelati, colpevoli di soprusi su minori, che ha innescato una reazione a catena facendo scoprire vittime in tutto il mondo. Un Watergate religioso che ha mediaticamente travolto il mondo cattolico fino al Vaticano, ma questo è cosa nota. Il lavoro giornalistico concitato, le domande alle vittime e ai carnefici, le corse avanti e indietro in diner, biblioteche e uffici, i metodi investigativi, quello non ci era stato ancora raccontato. Spotlight è un film di denuncia e un racconto ideologico del reportage d’inchiesta, del giornalismo difficile, duro, quello che è riuscito a penetrare la corazza taciturna e reticente di un’istituzione potente come la Chiesa cattolica e a scardinare la sistematica copertura della verità che ha mantenuto per anni.

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Il capo del team, Walter Robinson (Michael Keaton) ha studiato nel college cattolico in cui insegnava uno dei preti della lista. Michael Rezendes (Mark Ruffalo, candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista) è il reporter più agguerrito a sfidare il Golia in clergyman, corre alla ricerca di dati da poter pubblicare e riesce a conquistarsi la fiducia dell’avvocato armeno delle vittime, interpretato da Stanley Tucci. L’altra candidata all’Oscar Rachel McAdams è Sacha Pfeiffer, nipote di una rigida cattolica praticante, intervista avvocati e vittime, ricerca articoli caduti nel dimenticatoio nell’archivio del giornale, fino all’arrivo del nuovo direttore, Marty Baron (Liev Schreiber), dal Miami Herald, che non tifa i Red Sox ed è ebreo. Sono uomini eticamente coinvolti nel loro mestiere, ricordano Superman o Spiderman i supereroi reporter americani, uomini giusti e giustizieri. Pieno di dialoghi intensi, di corse da un capo all’altro della città, scorre senza annoiare e costringe a riflettere. Un film da vedere. Erano più di quarant’anni che il cinema non attirava l’attenzione del mondo intero sul giornalismo d’inchiesta, anche se i tempi sono molto diversi da quando il lavoro di Bob Woodward e Carl Bernstein portò alle dimissioni di Nixon, nel 1974. Ma proprio perché oggi le redazioni dei quotidiani sono state decimate e l’informazione è consumata alla velocità dei tweet, ha ancora più valore raccontare il buon lavoro frutto di indagine accurata e coraggiosa.

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Il team Spotlight ha scavato nelle accuse di abusi minorili contro la Chiesa cattolica, conducendo un’indagine lunga, tenace e complessa, ha svelato l’insabbiamento che per decine di anni ha coperto le gerarchie ecclesiastiche, sostenuto anche dalle politiche di compromesso tra la città e la l’arcidiocesi, rivelandolo a tutto il mondo. «La città fiorisce quando le sue grandi istituzioni lavorano insieme» dice il cardinale Law a Baron, ma il direttore del Globe non è d’accordo: la carta stampata deve lavorare da sola. Marty Baron è oggi direttore del Washington Post, non ha perso il suo animo provocatore ed ha invitato il Papa a guardare Spotlight. Una dichiarazione simile l’ha resa Michael Sugar, produttore di Spotlight, la notte degli Oscar: «Questo premio dà voce ai sopravvissuti. Una voce che arriverà al Vaticano. Papa Francesco, è arrivato il momento di proteggere i bambini.» Questo ci insinua il pensiero che il Cinema possa parlare ancora più direttamente dei giornali, aiutando a mettere fine alla sofferenza di vittime indifese e facendo ammettere che la pedofilia dei preti è un problema vero e diffuso.

Roberta Fiaschetti

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