spider-man far from home

La prima cosa che Spider-Man: Far From Home (qui il trailer) ci fa capire è la lucidità con la quale in casa Marvel si è arrivati a maneggiare protagonisti e percorsi delle colorate storie che da più di dieci anni ci arrivano sullo schermo. Il secondo capitolo del MCU dedicato all’Uomo Ragno è chiamato nell’impegnativo compito di fare da cerniera tra la Fase Tre e la Fase Quattro di questo supereroistico universo cinematografico, compiendo la missione in modo egregio. Non era semplice, perché il ricambio generazionale che aveva preso il via, inevitabilmente, al termine di Avengers: Endgame (ne abbiamo parlato qui) rischiava di lasciare orfana la saga di figure chiave diventate punti di riferimento fissi per i fan. Ancor prima di chi guarda il film, però, ad essere orfana dei supereroi è la Terra nella finzione stessa, che ha fatto dell’epopea già leggenda, deificando quelle figure divenute mitologiche ed elevandole nel cosmo (“non nominarla invano”).

Lo spaesamento esistenziale del “blip” (così viene ribattezzato lo schiocco di Thanos) e del “contro-blip” si riflette di fatto in tutto il corso della pellicola, che si apre con un Peter Parker alle prese con un imminente Grand Tour europeo in salsa statunitense (durante il quale non mancherà un piccolo germe di invidia tipica d’oltreoceano). Spider-Man: Far From Home è infatti cosciente sin da subito di dover porre al centro della questione il rapporto tra identità ed eredità, che grava come un fardello apparentemente insostenibile sulle spalle del giovanissimo Spider-Man di quartiere, orfano anche lui nella crisalide dell’adolescenza. Le turbe emotive tipiche di un sedicenne fanno da contraltare allo smarrimento intimo di Peter e del suo rapporto col dovere dell’uomo mascherato, dove anche il senso di ragno è ridotto ad un banale prurito. Così, come i rampolli dell’aristocrazia del XVII secolo, il “ragazzino” vaga tra le bellezze del Vecchio Continente alla ricerca di una propria dimensione nel tentativo di conciliare sentimento e responsabilità, due cavalli difficili da domare allo stesso tempo.

Spider-Man: Far From Home

Se risulta scontato che il testimone di Tony Stark venga affidato a Parker, processo reso ancor più naturale e fisiologico dalla straordinaria alchimia instaurata negli scorsi episodi tra Robert Downey Jr. e Tom Holland (nel ruolo con squisita consapevolezza), non risultano affatto ovvi i risvolti del processo. E’ proprio qui che il film vince la sua più grande scommessa, prima che negli scontri e nelle scene d’azione dove il regista Jon Watts non sembra brillare particolarmente, i quali si rivelano, in fin dei conti, accessorio spettacolare di ben altre battaglie. Chris McKenna ed Eric Sommers, sceneggiatori della pellicola, si inseriscono nella frattura del post-schiocco per rivalutare, ancora una volta, cosa significhi essere un super-eroe nell’era della medialità sfrenata e ad ogni costo. Il concetto di reale si sfalda sotto la magniloquenza di una tecnica in grado di distorcere i confini ed indurre una percezione (incredibile come, a vent’anni di distanza, le eco visive e teoriche di Matrix siano ancora qui a mostrare la via) agli occhi di quei figli senza più padri desiderosi di rimpiazzare con nuova materia quel pantheon supereroistico ora sparso negli angoli dell’universo.

In Spider-Man: Far From Home il fulcro del discorso è un vuoto da colmare, così spaventoso che finisce per considerare come sostanza anche la semplice forma, in attesa che i ragazzi divengano uomini smettendo di negarsi e facendosi portatori del fuoco come novelli Prometeo. Magari chissà, in una scena post-credits, in modo deliziosamente fumettesco.

Spider-Man: Far From Home, distribuito in Italia da Warner Bros., sarà nelle sale a partire dal 10 luglio.

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