The VVitch

Oggi viviamo in un’epoca in cui la “simulazione della realtà” è sempre più presente, soprattutto nel cinema. Qui i nuovi media stanno diventando sempre più presenti all’interno della costruzione stilistica dei film, che spesso adottano escamotage tipici dei videoclip, delle dirette Instagram o delle riprese delle telecamere di sorveglianza. A questa corrente si oppone Robert Eggers. Designer, proveniente dal mondo del teatro sperimentale, nel 2015 presenta al Sundance Film Festival, che lo premia per la miglior regia, The VVitch: A New-England Folktale (qui il trailer), il primo lungometraggio di cui cura la regia e la sceneggiatura.

Questo film, attualmente disponibile per l’acquisto o il noleggio su CHILI, mostra già dal sottotitolo l’idea fondante di allontanarsi dall’attuale “post-cinema”, alla ricerca di immagini e narrazioni rurali, primitive (“folk”). Il cinema, secondo Eggers, non ha ancora esaurito il suo potere magnetico di raccontare storie dentro le quali il pubblico si possa immergere totalmente, come un bambino dallo sguardo puro e inconsapevole dell’artificio che sta alla base della fruizione stessa.

The VVitch

Siamo nel 1630, in una famiglia di puritani estremisti nel New England. Il genere è quello dell’horror, rispetto al quale però, presenta diverse anomalie, tendendo verso una sponda più contemporanea, iniziata da Shyamalan con The Village e continuata da Ari Aster con Midsommar. A livello visivo, Eggers, con l’ausilio di Jarin Blaschke (direttore della fotografia anche del successivo The Lighthouse e della serie tv di Shyamalan The Servant), propone un’illuminazione naturale. Negli esterni, con una fotografia al limite del bruciato, questo utilizzo della luce sembra intrappolare i personaggi in una minaccia incombente (non a caso, la maggior parte degli eventi traumatici avviene alla luce del sole). Si ha la sensazione che vengano inghiottiti dal paesaggio circostante, dal quale non c’è possibilità di fuga. Negli interni, ambientati nelle ore notturne, le candele riscaldano l’inquadratura e ritagliano la figura dal contesto, come se persa nel vuoto contemplativo della propria mente. Aspetto fondamentale, che rende l’opera di Eggers una rivisitazione contemporanea del genere a cui appartiene infatti, è proprio il mix dell’horror visivo a quello psicologico.

La parte visiva gioca con la presenza dell’assenza. Infatti, la strega e il diavolo sono sempre in penombra oppure nascosti allo sguardo dello spettatore. Per esempio nell’ultima sequenza, non vediamo il demone, ma solo una sua soggettiva. Tale caratteristica permette a Eggers di adempiere allo scopo che vuole abbia il suo cinema, ovvero che trasportare al suo interno lo spettatore, che deve rimanere inconsapevole dell’artificio. In un realismo crudo, a grado zero, la macchina da presa si concentra minuziosamente sui dettagli: dall’uovo con il pulcino morto, al sangue della capra munta, alla cornacchia che becca sul seno della madre, alla stessa recitazione degli attori. La tecnica interpretativa utilizzata da quest’ultimi ricorda ampiamente quella adottata nei film di Bresson. Per entrambi i registi, il cinema è un’arte translucida, dalla quale la rappresentazione stessa della realtà quotidiana deve emergere in filigrana. Per farlo è fondamentale un lavoro corposo sullo stile recitativo degli interpreti, ridotti ai loro tratti più essenziali. Ciò permette l’emergere di una quotidianità ciclica, indecifrabile e senza possibilità di fuga. Si ha, tuttavia, verso la fine, uno scarto rispetto al lavoro bressoniano, che apre le porte al più contemporaneo horror psicologico.

The VVitch

The VVitch, come il precedente The Village di Shyamalan e il successivo Midsommar di Aster, pone i suoi personaggi in un contesto castrante che causa una situazione disperata, al fine di analizzarne gli effetti. Eggers, come poi farà lo stesso Aster, ha una visione più disincantata rispetto a Shymalan. Sostiene che gli individui, costretti a vivere in un luogo chiuso e oppressivo e in seguito a un evento traumatico (qui l’essere cacciati dalla comunità, con cui si apre l’intero film), intraprenderanno un movimento lento e incessante (sottolineato anche dallo stile stesso della macchina da presa) verso la follia, qui sottolineata dalla risata di Thomasin (interpretata alla perfezione da Anya Taylor-Joy, che riesce a unire il grado zero iniziale alla pazzia finale) che chiude il film.

In una lettura più specifica, è inoltre interessante notare come venga sottolineato che Thomasin sia da poco diventata donna. Tale aspetto, enfatizzato a livello visivo dall’importanza cromatica assunta dal rosso (oltre al sangue, anche il mantello della strega è rosso, così come la mela che sputa Caleb, fratello minore di Thomasin interpretato da Harvey Scrimshaw), guida il pubblico all’interno della presa di consapevolezza della propria identità da parte di una donna inghiottita da una società maschilista. Infatti, non è un caso che tutte le soggettive, esclusa quella di gioco con Samuel (Axtun Henry Dube e Athan Conrad Dube), siano relegate ai personaggi maschili e che le inquadrature dedicate al personaggio di Anya Taylor-Joy, in simbiosi con questo meccanismo identitario, nel corso del procedere del film la trasformino da personaggio misterioso quasi sullo sfondo e soffocato dall’ambiente circostante a protagonista tridimensionale della scena.

In conclusione, The VVitch è un’opera consapevole della natura del mezzo cinematografico, qui usata per ridare vita al genere horror (interpretato con un mix di tecniche moderne e contemporanee) e al cinema stesso, visto come qualcosa in un cui immergersi con uno sguardo materico e onirico al tempo stesso. Un cinema come una “new folktale”, che proprio nel suo essere “rurale” trova la massima potenza del proprio sguardo.

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