Richard Jewell, l’eroe comune di Clint Eastwood

Osservando la filmografia recente di Clint Eastwood emerge l’attenzione di questa fase senile del regista riservata alla scoperta di piccole, grandi storie di uomini comuni. In qualche modo già dall’American Sniper del 2014, passando per i successivi Sully, The Mule e persino Ore 15.17 – Attacco al treno, al centro è la costruzione del modello di eroe a stelle e strisce che risiede nella dedizione ad un dovere silenzioso, all’attaccamento zelante ad un ruolo che definisce la persona e la sua dignità. Richard Jewell (trailer) prosegue su questa scia di racconti ordinari fuori dall’ordinario, descrivendo la parabola di un uomo buono e ingenuo che vive l’elevazione a eroe popolare salvo poi subire l’altra estremizzazione del grido pubblico, quella dell’infamia.

Ci troviamo nel mezzo dei giochi olimpici di Atlanta 1996, quelli di un malato Muhammad Alì come ultimo tedoforo e del record-breaker Michael Johnson. Mentre sul campo olimpionico medaglie su medaglie vengono appese al collo degli atleti, nei bordi della manifestazione vorticano migliaia di individui senza infamia e senza lode che fanno sì che quella colossale macchina possa continuare a suscitare il millenario fascino dei giochi. Persone anche come Richard (un Paul Walter Hauser perfetto), strambe, a tratti ossessive ma ligie al lavoro nel quale trovano la personale dimensione dello stare al mondo.

“Ho sempre voluto proteggere le persone” dichiara Jewell esponendo questa affermazione come il mantra dietro la sua ragione stessa di esistere. Così la sua ossessione permette di limitare i danni di una strage al Centennial Olympic Park, individuando uno zaino sospetto carico di esplosivo. Da lì tre giorni di gloria per l’ordinario e rassicurante uomo comune Richard, sollevato in trionfo. Poi la rapida discesa nell’incubo, nella schizofrenica caccia ad un colpevole che lo individua come il capro espiatorio più logico ed immediato da dare in pasto ad istituzioni e media, poiché ‘the show must go on’.

Richard Jewell, l’eroe comune di Clint Eastwood

Eastwood si inserisce qui, nello scarto di una vicenda durata il tempo di un’estate che come un tornado ha investito la vita di un uomo sradicato a forza dal suo luogo naturale. Il regista, quasi novantenne (!), individua il grande sogno americano nel piccolo ceto medio, nel tessuto sociale fatto di persone che vivono la loro vita con dignità e senza domandare nulla al di fuori dalla loro portata. Conferisce e domanda rispetto per chi fa grande gli USA (a sua veduta) nel vivere una quotidianità che a volte incrocia il titanico flusso della Storia, magari lasciando una zampata e scottandosi.

Soprattutto lo fa scagliandosi contro la miopia e la voracità di due grandi macchine spesso in contrasto come governo ed informazione. Con una stoccata da vero repubblicano qual è, Eastwood condanna l’atteggiamento persecutorio dell’agenzia federale dell’FBI sotto l’allora amministrazione democratica di Clinton, rea di perseguire gli interessi di facciata di un meccanismo interessato a trattare il caso Jewell come ingranaggio (positivo prima, negativo poi) del quadro olimpico. Mescola poi l’accusa alla spietatezza della notizia-ad-ogni-costo che ha messo in moto l’odiosa macchina del fango nei confronti di Richard e di sua madre (Kathy Bates, candidata agli Oscar per la performance).

E se la ferocia dell’attacco che il regista muove coglie nel segno e restituisce l’interezza del dramma personale e familiare, lasciano quantomeno perplesse alcune modalità con le quali la sceneggiatura di Billy Ray dipinge i giganti che affrontano Jewell. Infatti il potere governativo è incarnato nel personaggio di finzione interpretato da un elegante e prestante (anche nell’errore e nell’inganno) maschio bianco americano come Jon Hamm. L’agente dell’FBI brancola perlopiù nel buio e subisce pressioni dal basso e dall’alto per risolvere il caso dinamitardo del parco, trovando qui una sorta di giustificazione o perlomeno lontana motivazione al parziale e lacunoso procedere dell’indagine. Dall’altro lato troviamo invece una (brava) Olivia Wilde nel ruolo della reale Kathy Scruggs, la giornalista che redasse l’articolo che diede il via alle pressioni della stampa su Jewell.

Richard Jewell, l’eroe comune di Clint Eastwood

Il problema è la mortificante immagine che il soggetto di Ray restituisce della Scruggs (defunta nel 2001), non pago di racchiudere in lei l’intera anima corrotta e famelica dei media tutti, ma rappresentandola (a partire dal vestiario fino all’atteggiamento) come una donna predatrice e senza freni morali se c’è di mezzo uno scoop da afferrare. La questione non ruota attorno alla mancanza di un vincolo etico del reporter d’assalto, piuttosto si sofferma sull’incapacità di una certa Hollywood di saper rappresentare una donna, e la sua sfrontatezza, concentrandosi sulle capacità anche di eloquenza e fascino (perché no?), ma prescindendo dallo scadere nella sfera dell’adescamento sessuale più becero.

Purtroppo quella della rappresentazione è una macchia sulla quale è difficile soprassedere, a maggior ragione se considera una persona scagionata dalle insinuazioni che il film di Eastwood fa e che rischiano di creare un cortocircuito morale con la natura persecutoria che lo stesso Richard Jewell tratta. Rimane che il film delinea un buon racconto dell’uomo comune che sembra essere così a cuore al regista in questo momento, grazie in particolar modo alle ottime prestazioni degli interpreti principali (tra i quali spicca anche un Sam Rockwell sempre in forma).

Richard Jewell sarà nei cinema a partire dal 16 gennaio.

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