Spesso si è detto che la commedia francese negli ultimi dieci anni risulti più elegante e brillante di quello italiano. Soprattutto, meno ‘sporcato’ da un’irrimediabile volgarità televisiva che affligge il nostro panorama comico. Ci sono tuttavia eccezioni alla regola, e un esempio è appunto questo “Qualcosa di troppo” (Si j’etais un homme). Diretto e interpretato con una certa nonchalance (per usare un francesismo) dalla quasi quarantenne Audrey Dana, ci narra appunto le grottesche peripezie di una donna da poco separata che in risposta a questa delusione di vita decide di tare un taglio con l’amore in generale. Finché un giorno si sveglia con un prezioso attributo tra le gambe. Appunto un pene. Riuscirà la già parecchio frustrata malcapitata ad adattarsi a quell’organo? Soprattutto, riuscirà a farsi una ragione che quando vede una bella ragazza in bikini per strada o su una rivista perde la trebisonda? Il tempo darà una risposta, fino all’ovviamente immancabile sorpresa finale.

Il film della Dana tiene un buon ritmo nella prima parte, grazie ad un montaggio serrato, una scurrilità verista, spietata, anche se non del tutto triviale. Le uscite di isteria e le ansietà della protagonista incapace di accettare questa sua inspiegabile metamorfosi (a tratti sullo stile irriverente di “L’uomo caffellatte”, Melvin Van Peebles, 1970) sono tenere e il profilo psicologico dei personaggi principali sembra essere ben collaudato. Non mantiene questa chiarezza la seconda parte purtroppo, spesso infarcita di gag-trabocchetto da commedia degli equivoci. Oltre a questo non è possibile non notare degli spunti sessisti di dubbio gusto. Il tentativo di creare un po’ di contrasto stilistico con la staticità di certi quadretti, di mantenere un ritmo di montaggio iperntensivo tipico della commediaccia americana degli ultimi dieci anni, sembra avere il fiato corto. Anche alcune fugaci uscite da pochade alla Feydeau nei tipici momenti sentimentali, risultano molto annacquate. In un’epoca dove l’immaginario androgino (sia suggerito che ostentato) sembra essere ormai saturo, Qualcosa di troppo rischia quindi di non aggiungere niente di nuovo sul piano del linguaggio cinematografico. Rimane ad ogni modo una discreta testimonianza di un cinema transalpino multiforme ed eterogeneo che ancora una volta non ha perso la volontà di creare cocktail di stile e che sopratutto (contrariamente a noi) non si nutre soltanto del lato più retorico e qualunquista della “Mamma Tv”.

di Gianmarco Cilento

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