pose

È uscita su Netflix Italia a gennaio e ha fatto molto parlare di sé. Pose, serie televisiva FX, è nata dalla mente brillante di Ryan Murphy, celebre creatore di produzioni acclamate da pubblico e critica come Glee e American Horror Story, e combina una serie di caratteristiche vincenti, che le hanno aperto la strada al successo (dato che è già stata annunciata una seconda stagione).

Fin dai titoli di testa, il glitter della scritta Pose e la musica pop ammiccano al mondo della ball culture, sottocultura LGBT+, che è il vero centro di ambientazione della serie. Siamo a New York City nel 1987, in piena golden age raeganiana, a Wall Street fervono facili entusiasmi, l’epidemia dell’AIDS è ormai dilagante e una coesa comunità di individui emarginati in vari modi dalla società dominante si incontra la sera nelle ballrooms: è qui che si svolgono i balls, gare in cui le diverse houses si sfidano a colpi di glam mentre i competitors ballano e sfilano, spesso come drag queen, per vincere il trofeo nelle categorie stabilite, da Femme Queen a High Heels, emulando perfino gli yuppies. Le houses sono delle famiglie che nascono spontaneamente e si formano in divenire, i cui membri vengono accolti dalle “madri” spesso sottraendoli alla strada dopo che sono stati cacciati dalle proprie famiglie d’origine, le quali non accettano le loro scelte di vita: si tratta per lo più di transgender e omosessuali, che trovano così, oltre a un tetto sopra la testa, un posto dove poter essere se stessi e un’attività cui dedicarsi.

La storia ruota attorno a Blanca, una donna transgender che decide di abbandonare la sua house, guidata da Elektra Abundance, per fondarne una sua, la House of Evangelista. Per farlo, comincia a reclutare ragazzi sbandati e abbandonati, oltre ad ex membri della House of Abundance. Madre severa che impone regole ferree, Blanca crea una famiglia tenuta insieme dal collante dell’amore e del rispetto reciproco, al di là di qualsiasi differenza di etnia, orientamento sessuale o classe sociale.

Alla ricostruzione quasi documentaristica della vita dei balls newyorkesi negli anni ’80 si intrecciano le storie dei personaggi, ben caratterizzati, a cui è impossibile non affezionarsi; di ciascuno di loro conosciamo più o meno a fondo il trascorso, i sogni, le paure e le speranze nascoste: Damon è un giovanissimo aspirante ballerino ripudiato dai suoi genitori, Angel una donna che sogna di abbandonare il lavoro nelle strade e di avere qualcuno che si occupi di lei, Ricky e Papi giovani ragazzi che vivono per strada.

Come era accaduto con Glee, specialmente nelle prime stagioni, Pose mescola dosi massicce di intrattenimento pop d’alto livello con vicende e temi importanti e densi di spunti di riflessione, come le problematiche famigliari e quelle specifiche della comunità transgender, l’AIDS, la morte, la solitudine e perfino la crisi esistenziale di un giovane yuppie alle dipendenze nientemeno che di Donald Trump. La sceneggiatura dosa sapientemente emotività e divertimento: non mancano infatti le scene toccanti e lo spettatore viene sempre più coinvolto nel corso degli otto episodi di questa prima stagione, anche grazie a un ritmo narrativo incalzante.

Un punto di forza indiscutibile è la scelta degli interpreti, tutti perfettamente a proprio agio nel loro ruolo, ed è sicuramente notevole il fatto che Pose sia la serie con il maggior numero di attori transgender mai realizzata. Nemmeno la regia presenta trascuratezze, anzi impiega in modo vincente la fotografia e la colonna sonora per valorizzare le caratteristiche e le capacità degli attori, e realizza un prodotto esteticamente ben riuscito, avvolto dal luccichio fascinoso del glam. Ciò che più rimane al termine della visione è tuttavia la capacità di questa serie tv di coinvolgere emotivamente senza esagerazioni, di parlare di tematiche profonde senza mai scadere nella retorica o nello sfruttamento del cliché, e soprattutto di fare emozionare, ricordandoci che vale sempre la pena inseguire i propri sogni. Esiste un luogo da chiamare casa per ciascuno di noi, e in fondo è semplicemente quello in cui possiamo sentirci pienamente noi stessi.

Di Gloria Naldi

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