Orange is the new black

L’ultima puntata di Orange Is The New Black si apre con l’ormai iconica sigla “You’ve Got Time” di Regina Spektor, ma la canzone suona diversamente questa volta: il testo non è accompagnato dagli stessi strumenti di sempre, bensì da strumenti ad arco, che conferiscono, come sono soliti fare, solennità, serietà. Uno dei primi originali Netflix, tra i più longevi, si è infatti concluso con la settima stagione (qui il trailer), una stagione decisamente più grave rispetto alle precedenti. Lo spazio un tempo lasciato alle battute e alle risate si è notevolmente ridotto a partire dalla quinta stagione, fin quasi a scomparire in questo finale, lasciando invece che a farsi strada fossero tematiche sempre più attuali e importanti.

Clandestinità, movimento “metoo”, “gender pay gap sono soltanto alcune tra le questioni affrontate (in taluni casi solamente accennate, ma tanto basta) in questa stagione. Orange Is The New Black, serie che si svolge nel penitenziario di Litchfield, dunque in un ambiente fertile per chi voglia occuparsi di argomenti simili, ha deciso finalmente di farsi carico di tutto ciò che potesse legarsi ad un luogo come quello della prigione, in alcuni casi facendo anche ammenda di quanto successo nelle stagioni passate, riscattandosi attraverso i propri personaggi, dimostrando di non essere indulgente verso nessuno, prendendo tutto ciò che la scelta di impegnarsi e impegnare il proprio lavoro comporta. E non solo nella serie. È stato infatti lanciato il “Poussey Washington Fund”, che prende il nome da uno dei personaggi, per finanziare organizzazioni no-profit che si occupano del sistema giudiziario statunitense. L’impegno rompe le pareti della diegesi. Non ci si poteva aspettare che questo da Orange Is The New Black.

Iniziata nel 2013, la serie sin da subito, dalla prima scena, mostra corpi diversi, di orientamenti sessuali diversi, di etnie diverse, estrazioni sociali diverse. Persone diverse. E questa diversità è stata per anni il marchio di fabbrica di Orange Is The New Black. Prima di Sense8, prima di Pose, meglio di The L Word. Consapevoli di ciò che poteva essere fatto con del materiale simile, l’hanno fatto, prendendosi il tempo necessario, scegliendo mano a mano su quale personaggio concentrarsi, quale personaggio sacrificare. Orange Is The New Black è stato un continuo scegliere chi sacrificare al posto di chi, in favore della causa. Fino al sacrificio in funzione della morale. Questa stagione, molto di più rispetto alle precedenti, fa la morale allo spettatore. Una lezione necessaria alla luce della situazione politica americana (“Certo, perché sono le criminali a votare repubblicano”). La prima cosa ad essere sacrificata perché ciò potesse avvenire è stata la storia d’amore tra Piper (Taylor Schilling) ed Alex (Laura Prepon). Colonna portante delle prime due stagioni, di una certa rilevanza nella terza con il triangolo che vede partecipe Ruby Rose, precipita a partire dalla quarta stagione, momento nel quale il tono della serie cambia. Un’evoluzione che raggiunge l’apice in queste ultime puntate. Tutte da un’ora l’una (tranne l’ultima, da un’ora e mezza) e nessuna delle quali lascia indifferente.

Orange is the new black

Orange Is The New Black da tempo non è più la storia di Piper Chapman (Kerman) perché in fondo era la cosa giusta da fare, perché ad essere diversa in un contesto del genere era proprio lei. Bianca, bionda, ricca. Le storie che valeva la pena raccontare erano altre. Nel momento in cui si è deciso di mettere da parte la forse un po’ turbolenta vita di una protagonista tutto sommato più che privilegiata, la serie ha cominciato a crescere, raggiungendo finalmente la maturità con la stagione scorsa. L’accantonamento di certe situazioni, di certi personaggi che fino a quel momento avevano avuto il compito di smorzare la tensione, lo dimostra. Non ci sono più remore nel raccontare, nel mostrare la situazione delle donne in carcere, in tutta la sua crudezza e crudeltà.

In una serie come Orange Is The New Black la colonna portante sono i personaggi. E infatti i personaggi da portare avanti sono stati scelti con criterio e con criterio approfonditi, la caratterizzazione risulta ottima, il comportamento sempre coerente con quella che è la crescita (oppure no) del personaggio. Se qualcuno vedesse soltanto la prima e l’ultima stagione stenterebbe a riconoscere chi ne fa parte. Anche gli archi narrativi da concludere sono stati scelti accuratamente. Non a tutti è stato messo un punto, per alcuni è stato preferito un finale aperto. Ma tutto quel che si poteva dire di importante è stato detto. I finali più crudi sono stati lasciati per quei personaggi che avevano l’esplicito compito di fare la morale a chi guarda. Per loro non c’è magnanimità, la lezione per poter arrivare senza fraintendimenti di sorta non deve essere edulcorata. E ciò che è lasciato all’immaginazione in realtà sappiamo come andrà, perché è stato proprio Orange Is The New Black ad insegnarci come vanno certe cose, come (non) funzionano certe dinamiche.

Non resta che raccogliere questi insegnamenti e sperare che Netflix riprenda la vecchia abitudine di produrre originali così.

https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/08/orange_is_the_new_black.jpg?fit=1024%2C563https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/08/orange_is_the_new_black.jpg?resize=150%2C150Lavinia FlaviRecensioni Serie TV2019,Laura Prepon,Netflix,orange is the new black,Serie Tv,Taylor SchillingL’ultima puntata di Orange Is The New Black si apre con l’ormai iconica sigla 'You’ve Got Time' di Regina Spektor, ma la canzone suona diversamente questa volta: il testo non è accompagnato dagli stessi strumenti di sempre, bensì da strumenti ad arco, che conferiscono, come sono soliti fare, solennità,...Università degli studi di Roma La Sapienza