Con l’avvento del nuovo anno, Netflix tira fuori i muscoli. La piattaforma di streaming ha infatti recentemente annunciato che nel corso del 2018 prevede di investire per oltre sette miliardi di dollari in circa settecento titoli originali. Un programma notevole se lo si unisce anche al ruolo di distributore che si è accaparrato per l’uscita di alcune pellicole recenti (The Cloverfield Paradox”, Annihilation”, …).

In quest’ottica di sviluppo, e da buon intenditore del mercato, Netflix ha assaporato il potenziale del revamp del genere sci-fi nell’anno appena trascorso (Blade Runner 2049), restandone ingolosito. Così, senza farsi pregare, nel mese dello scorso febbraio abbiamo visto uscire sulla piattaforma online la serie fantascientifica Altered Carbon”, corposo antipasto della linea che andranno a dettare i sonanti dollaroni statunitensi. A fine mese Netflix ha colpito ancora, distribuendo a nome della Liberty Films UK, Mute”, proponendosi come salvifico paracadute ad una eventuale, e probabilmente fallimentare, uscita sul grande schermo.

Infatti in casa di Duncan Jones, nome dietro la regia e sceneggiatura del film, parrebbe esserci un vuoto cosmico di idee. Riconoscerlo fa male, perché nel 2009 tutti gli amanti del genere avevano intravisto qualcosa in Moon, perla grezza dalle reminescenze kubrickiane e tarkovskijane. Ma dopo quasi una decade, inframmezzata da un paio di film non proprio esaltanti (Source Code, Warcraft – L’Inizio), il talento di Jones sembra essersi sfibrato della sua genuinità. Il dichiarare che Mute è il “sequel spirituale” del suo esordio nel mondo del cinema (simpatico il cameo di Sam Bell) non fa altro che richiamare alla memoria quei tempi che appaiono così tristemente distanti.

La forma sotto la quale Mute emerge smaschera la sua turbolenta e travagliata gestazione, nella quale Jones si arrovella dal 2003. Quello che finisce per rivelarsi nel prodotto finale è un tormento di intenzioni, dove il filo logico è ingarbugliato ed inutilmente carico di trame e sottotrame che si accavallano una sopra l’altra. La sovrabbondanza di questi elementi causa un cannibalismo di idee che azzoppano la narrazione, già di per sé lacunosa.

Ambientata nella futuristica Berlino del 2052, la pellicola segue la vicenda del barista Leo (Alexander Skarsgård), ragazzone di origine amish che ha perduto l’uso della voce in tenera età e che non può riacquistare a causa dell’osservanza del suo credo. Legato sentimentalmente alla evanescente Naadirah (Seyneb Saleh), nel momento in cui questa sparisce nel nulla, Leo si ritrova ad indagare nei melmosi bassifondi della città, finendo per intrecciare la sua ricerca con le criminali attività della mafia e di due chirurghi piuttosto singolari (Justin Thereoux e Paul Rudd).

Le indagini di un tutt’altro che carismatico Leo si articolano confusionarie ed anticlimatiche, in un fac-simile sbiadito della Los Angeles di Ridley Scott, dove il contesto fantascientifico è una mera macchietta scenica. Vuoi l’incapacità di inanellare compiutamente gli eventi messi su schermo, vuoi una forse voluta recitazione esageratamente sopra le righe, Mute si rivela impacciato ed incapace di trasmettere un pathos che lo faccia prendere sul serio e eviti i numerosi sbadigli che accorrono durante le due ore di visione.

Ci si aspetta che il film subisca da un momento all’altro una sterzata in grado di scuoterlo dal dritto binario in cui è inesorabilmente incanalato, ma le grigie intuizioni dietro la macchina da presa finiscono per tradire ogni flebile speranza.

Il quarto lavoro di Duncan Jones, figlio d’arte che la propria arte non riesce più ad esprimere, lascia un retrogusto amaro e malinconico, dimostrando che automobili volanti e skyline al neon, dopotutto, non bastano. Siamo tutti in attesa del ritorno del figliol prodigo.

di Alessio Zuccari

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