Con tanta energia e la canzone di Pet Shop Boys inizia il nuovo millennio nella Cina del 1999 nell’ultimo film di Jia Zhangke, Mountains may depart (in Italia, Al di là delle montagne). La città cinese di Fenyang e un triangolo amoroso: il proprietario della stazione di servizio Zhang e il lavoratore di una miniera di carbone Liang sono innamorati della giovane Tao. La storia ripercorre le strade divergenti dei personaggi, descrivendo lentamente una nuova Cina, fino ad arrivare al 2014, e quindi in una ipotetica Australia nel 2025.

La montagna così si sposta:  il tradizionale rispetto per l’autorità paterna è sostituito da un crescente individualismo e cinismo. Le immagini della danza di gruppo iniziale, che creano un senso di collettività, vengono sostituite dalle scene vuote nella seconda parte del film. Utilizzando diverse proporzioni dello schermo, Zhangke inquadra nuove automobili, strade, treni espressi e la varietà di oggetti e dispositivi elettronici, senza i quali non riusciamo ad immaginare la nostra vita oggi. È evidente che il Paese stia perdendo qualcosa di importante e il regista, lavorando virtuosamente con il tempo, sembra rintracciarne la causa nel benessere economico.

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La profonda crisi tra le persone viene tradotta dal particolare uso di colori e luci: l‘incapacità di interagire e l‘alienazione dei personaggi nel futuro viene raccontata con toni freddi.  Anche lo spazio si trasforma e lentamente si libera delle persone. Inoltre, a sottolineare questa riflessione su passato, presente e futuro viene inserito, del materiale documentario, girato da Zhangke nel 1999 in formato mini DV.

La crisi della memoria diventa un tema fondamentale del film insieme alla sempre più invasiva presenza dei media digitali: si arriva quasi alla distopia quando, nella parte del film ambientata in Australia, il figlio di Zhang e Tao, Dolar non riesce a comunicare con il padre senza l’uso di mezzi digitali. La sua memoria ha cancellato non soltanto i ricordi, le tradizioni del suo popolo, ma anche il nome della madre.

Si parla di perdita e di vuoto, constatando che la Cina non sarà mai più la stessa, e se all’inizio la danza è collettiva, nella scena finale la musa Zhao Tao danza da sola sotto la neve, al ritmo della canzone Go West, simbolo di una tradizione condivisa che non esiste più.

 Aleksandra Piliuch

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