Matthias & Maxime

Posticipato a causa dell’emergenza del coronavirus, e saltando l’uscita in sala, è approdato in streaming Matthias & Maxime, l’ultimo film di Xavier Dolan (regista e sceneggiatore di numerosi film, tra cui il più recente: La mia vita con John F. Donovan, ha vinto con Mommy il Premio della Giuria alla 67a edizione di Cannes e, alla 69a, il Grand Prix per È solo la fine del mondo).  Il film (qui il trailer) è disponibile, infatti, dal 27 giugno su Sky Primafila e su MioCinema, che ha dedicato all’artista poliedrico canadese sia un’intervista (condotta da Fabio Ferzetti e Gioia Smargiassi il 24 giugno), che un’intera retrospettiva sulla propria piattaforma.

Il film, presentato al Festival di Cannes del 2019 e distribuito in Italia dalla Lucky Red e da MioCinema stesso, narra, nell’arco di due settimane, la storia di un’amicizia: quella tra Matt e Max, alla ricerca della loro identità e di una loro strada. Matt si caratterizza fin da subito come un ragazzo ligio alle regole e al perfezionismo. Max (interpretato dallo stesso Dolan, che dal 2013, con Tom à la ferme, non aveva più recitato in un film diretto e scritto da lui stesso), invece, è un ragazzo più nascosto e riservato. I due, oltre a un legame profondo che trae origine dall’infanzia, hanno in comune l’attitudine a soffrire in silenzio e a scappare dalla propria vita e dal proprio sé.

Rispetto a ciò, bisogna tener conto che il cinema di Dolan è un cinema di rapporti, di vicinanze, di distanze, di non detti e di sussurrati, che celano molto di più di ciò che esplicano a parole. Un cinema di personaggi che si nascondono, che scappano (tema ricorrente e citato più volte nei dialoghi delle opere dell’artista canadese), che cercano di cancellarsi. Emblematico è il desiderio che Max ha di reinventarsi in un nuovo luogo (l’Australia) e in una nuova versione estetica di sé (in una scena cerca, con l’acqua, di eliminare la voglia rossa che porta sul volto, tentativo che, però, in un forte messaggio cinematografico ed esistenziale, trova riscontro solo nell’immagine allo specchio e non nella realtà). Allo stesso tempo, significativa è anche la costante negazione sul proprio essere che Matt porta avanti dalle prime battute del film. In ciò, lo spettatore riscontra un cinema umano, che trova la sua forza nelle scelte spesso dolorose e insormontabili. Scelte archetipiche che vedono entrare in gioco la capacità di accettarsi e lo scontro con la solitudine.

Matthias & Maxime, la recensione del nuovo film di Xavier Dolan

Quest’ultima è un tema centrale nella cinematografia di Dolan, che porta sullo schermo personaggi incorniciati in riquadri dentro i quali urlano senza riuscire a farsi sentire. Personaggi che cercano una vicinanza, ma che non fanno altro che amplificare il loro lato scostante e la loro incapacità di comunicare. Incapacità che si amplifica nella scelta registica di enfatizzare inquadrature cariche di significato, ma al contempo fuori campo. Caratteristica che racchiude nel suo intero i film del trentenne canadese. Infatti, i suoi film presentano finali che, in un primo approccio con l’opera del regista, possono apparire monchi. In realtà Dolan, giocando abilmente con il linguaggio cinematografico e con la lezione lasciata da autori della Nouvelle Vague, come Renoir crea finali “fuori campo”. Lascia allo spettatore la ricostruzione di un significato che possa rappresentare i propri personaggi, che escono bruscamente dallo schermo appena la loro vita ha inizio.

Matthias & Maxime è un film dove il linguaggio cinematografico e quello dell’overlapping dialogue diventano protagonisti e portatori di una lingua viva, che assorbe e che zampilla nel rappresentare una giovinezza malinconica. Una gioventù totalmente moderna, dove si cerca ogni spiraglio per sopravvivere e trovare una propria strada e identità. Con uno stile decentrato, emerge la poesia delle piccole cose, come una sigaretta che rotola sul ciglio della strada. Con Matthias & Maxime, Dolan continua a giocare con la complessità delle azioni quotidiane. Azioni che celano il non detto dei sentimenti più profondi, relegati a un continuo fuori campo, che neanche la macchina da presa riesce a immortalare, in quanto, appunto, materia viva e pulsante.

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