Martin Eden, la recensione del film con Luca Marinelli

Schermo nero. Rumori. Un registratore. Immagini di repertorio di un cinema antico. Di un passato malinconico. Un treno. Una luce lontana. Musica. Una nave. Un ballo. Un bambino che cammina in una fotografia dalla temperatura fredda. Il bambino sparisce dal quadro della pellicola, lasciando spazio a un’altra cornice, che, circondata dal buio, ricorda uno schermo cinematografico. Una testa s’innalza dal buio e la cornice si fa subito inquadratura in un gioco di messa a fuoco. Un dipinto. «Un quadro a trucco», che da lontano sembra bello, ma che quando ti avvicini è un quadro a macchie.

Una frase, quella di Martin Eden, che sembra racchiudere non solo l’essenza dell’immagine cinematografica moderna (bellissima da lontano, ma piena di macchie, pixel, da vicino), cui si oppone la scelta stilistica di Pietro Marcello, regista del film, di usare la pellicola, ma è anche una frase che in sé cela la tematica del film che lo spettatore si sta apprestando a vedere. Un’opera che tratta di una realtà che, nel rullo della pellicola, appare bellissima, ma che, se ci si avvicina, lascia trasparire tutte le ingiustizie e quel pessimismo leopardiano di fondo, a cui approderà pian piano Martin Eden.

Con una fotografia color pastello, che trasforma poesie scritte in poesie visive, con «qualcosa di più di semplici quadri», inizia la storia su Martin Eden, un uomo che sogna mentre tutti guardano a una vita fattuale e che così impara a vedere e vivere la vera realtà. Una realtà che tutti sbirciano da dietro un velo, ma di cui solo lui percepisce la vera misera essenza. Essenza che cerca di liberare nella crudezza delle sue parole color ruggine. In quest’ottica, tra pensieri, ricordi, verità e immagini squisitamente di repertorio e con un uso poetico della pellicola cinematografica, che purtroppo molte persone hanno confuso con un “effetto Instagram” senza conoscerne la sostanziale differenza cromatica e qualitativa, Pietro Marcello mette in scena un libero adattamento dell’omonimo romanzo d’inizio Novecento di Jack London, la cui immagine si vede riflessa nel protagonista del suo stesso racconto: Martin Eden.

Martin Eden, la recensione del film con Luca Marinelli

Un uomo vagabondo, semplice e umile. Un uomo di strada, che, però, proprio dalla strada ha imparato qualcosa che l’uomo borghese non potrà mai studiare nei libri e che, eppure, rimane l’unica verità che vale la pena conoscere, se si vuole realmente assaporare il mondo. Un mondo in cui Martin Eden, ma anche Jack London e lo stesso Pietro Marcello, si cercano di far avanti a fatica e in modo filosoficamente solitario. Infatti, il regista casertano, seppur premiato dall’alta casta dei prestigiosi premi italiani, che ne riconosce l’autorialità, ma non ne capisce l’essenza, è sempre rimasto nell’ombra e incompreso, invece, da quel pubblico più popolare che vive la propria esistenza nella visione originale portata in luce dalle sue opere (documentari, cortometraggi e il suo precedente film Bella e Perduta).

Con Martin Eden (trailer), Pietro Marcello porta avanti un discorso stilistico che stringe la mano a un cinema d’autore di vecchio stampo. Un tipo di cinema visivamente poetico e che porta in grembo un attore (Luca Marinelli) in grado di risaltare prepotentemente e naturalisticamente. Un tipo di cinema che, in un ambiente culturale fatto, purtroppo, solo di grandi opere fin troppo retoriche o di riattualizzazioni scadenti della Commedia all’italiana, si pone vicino a pochi “umili” film che cercano di portare in auge la cinematografia italiana.

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