Lager è un termine forte che rimanda a una pagina nera e ben precisa della storia dell’umanità. Il lager era un luogo che concentrava coloro che erano ritenuti gli scarti della società, gli emarginati, i diversi, la “razza” infetta. L’isola dei Cani, o Trash Island, è proprio questo. Un luogo isolato, una discarica del Giappone dove si ammassa la sudicia razza canina.

Ci troviamo in un futuro distopico, nella città di fantasia Megasaki, dove i cani si stanno moltiplicando a dismisura. La diffusione di un morbo, conosciuto come “influenza canina”, sta spaventando il paese. L’amore per i gatti e la possibilità di vincere le elezioni, fa prendere al governatore locale la decisione estrema di allontanare i quadrupedi dalla cittadina.

L'ISOLA DEI CANI - IL LAGER IN STOP MOTION DI WES ANDERSON
Wes Anderson pone al potere un dittatore, identificabile con un Hitler o un Trump e la sua politica dei muri, mostrando la ribellione e invitando a reagire in favore dei più deboli. Il regista statunitense, però, realizza prima di tutto un avventuroso viaggio di formazione in cui un cane randagio, scorbutico e rissoso, incontra Atari Kobayashi, un ragazzino un po’ strambo ma con un gran cuore.
Anderson durante la conferenza stampa tenuta a Roma non parla mai apertamente di politica: “La storia è nata diversi anni fa, l’idea di base riguardava tre cani leader, una discarica e il Giappone. Oggi forse è diventata casualmente molto attuale, ognuno può vederci quel che vuole”.
I riferimenti alla cultura giapponese e ai film di Akira Kurosawa (ai quali il regista si è dichiaratamente ispirato) sono evidenti sia sul lato visivo che nella colonna sonora “tambureggiante” di Alexandre Desplat, fedele compositore per gli ultimi film del texano. La tecnica utilizzata è quella dello stop motion, già vista in “Fantastic Mr. Fox” , che consente ad Anderson di divertirsi e sperimentare.

L'ISOLA DEI CANI - IL LAGER IN STOP MOTION DI WES ANDERSON
Il dramma dei cani, per la maggior parte addomesticati, che si ritrovano pelle e ossa a combattere per il cibo e lottare per sopravvivere, è presentato con un’ironia graffiante e adulta. Non mancano momenti emozionali sul rapporto uomo-cane, l’amicizia e la famiglia, condensati negli elementi tipici, tematici e formali, della poetica di Wes Anderson. Difatti il gusto per l’inquadratura, la fissazione per le geometrie, le composizioni e la centralità dell’immagine, contribuiscono a rendere il film un meraviglioso quadro, uno di quelli da cui non puoi distogliere lo sguardo. Una tela che cambia, secondo dopo secondo, ma che rimane sempre, costantemente, perfetta.

di Luca La Sorsa

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