La televisione (Made in Italy)

Made in Italy è un’indicazione di provenienza. Made in Italy è un’etichetta: si addice tanto alla moda quanto alle produzioni televisive. Ma a proposito di quest’ultime, è un vanto? Forse potrebbe diventarlo. Made in Italy (trailer) è anche una serie tv.

Fino a non molto tempo fa, veniva chiamato evento la messa in onda televisiva di un’importante pellicola cinematografica. E lo era. Adesso siamo giunti all’era delle “proiezioni – evento”: due o tre giorni di proiezione in sala per attirare quanti più spettatori possibile, nel minor tempo possibile. Alcuni produttori e distributori descrivono il fenomeno come la ricerca di una soluzione rispetto al calo degli incassi e alla diserzione del pubblico in sala, per poi ri-distribuire, a lungo termine, sulle nuove piattaforme di streaming quali Netflix, Amazon Prime Video, Now Tv, Infinity e altre ancora. Gli spettatori, dunque, non vengono spalmati nei soliti dieci/quindici giorni di proiezione ma ammucchiati nei pochi giorni dell’evento. Ecco che effettivamente le sale si riempiono, ma solo in quei giorni. E anche gli eventi del passato, da alcuni tanto attesi, che permettevano agli spettatori più restii nei confronti delle sale, di godersi un capolavoro cinematografico comodamente sul divano di casa, vanno progressivamente a diminuire. Insomma, chi vuole vedere film oggi, che si tratti di colossal o pellicole indipendenti, senza avere “l’ansia dei tre giorni”, si deve rifugiare proprio in quelle piattaforme digitali che hanno cambiato non solo la fruizione ma anche le modalità di produzione. 

Ma questi portali sono la casa, prima di tutto, delle serie tv (perché si chiamino ancora serie tv, quando vengono per lo più viste al computer o peggio sullo smartphone, per il momento non ce lo siamo spiegato). Quindi, un po’ per moda, un po’ perché dobbiamo passare da lì per trovare il film che cerchiamo, un po’ perché “una tira l’altra”, tutti ci troviamo di fronte a una serie. Non una sitcom, una telenovela o una fiction. Una serie. Stesso numero di puntate, in alcuni casi, ma una narrazione più coinvolgente e un aspetto cinematografico. Ecco cosa fa la differenza: il pubblico, abile adulatore di tendenze ma anche quality scout, cerca qualcosa che gli ricordi un film ma che non sia un film. Qualcosa che gli tenga compagnia per un tempo prolungato (all’incirca, considerando che la fascia 15-30 suole consumare una serie in meno di una giornata) ma che si discosti dalle bruciature sullo sfondo o dai sedicenti attori che in scena stanno più nudi che vestiti (colpa del reparto costumi?). 

Si, anche in Italia si inizia a sentire l’esigenza della qualità. Ora, poniamoci qualche domanda: esisteranno ancora le sale? Potremo ancora guardare un film di Martone al cinema senza che qualcuno ci dica in quale giorno andarci? Saremo in grado di appassionarci a una storia che inizia e si conclude nell’arco di qualche ora? E le televisioni, nel frattempo, che cosa fanno? Se pensate che si possa rispondere a tutte queste domande, siete completamente sulla strada sbagliata. Anche perché, chi conosce le risposte? No, neppure la medium sotto casa. Risponderemo a una sola: l’ultima. Si, perché le emittenti televisive, per sopravvivere, devono seguire le tendenze e incorporarle nel palinsesto. E sebbene sia Mediaset che Rai, in Italia, abbiano distribuito sulle proprie reti anche grandi serie tv e continuino a farlo, devono cominciare ad adeguarsi col formato anche nelle produzioni interne. Ed ecco che vediamo comparire primi esperimenti, come (per Rai Fiction) La mafia uccide solo d’estate, regia di L. Ribuoli e scritto, anche, da Pif. Esperimento forse poco maturo ma efficace.

La Mediaset invece ci è arrivata tardi questa volta: la televisione generalista per eccellenza ci ha permesso di godere di serie tv quali Dottor House, Grey’s Anatomy, Lucifer eccetera, già prima che iniziasse a farlo Netflix. Ma non si è mai lanciata oltre nella produzione televisiva, propinandoci per anni terrificanti accenti siciliani reinterpretati da fotomodelli torinesi e grandi macellai prestati alla regia (come anche la rete televisiva nazionale, non dimentichiamolo). Ma nulla è impossibile.

Ecco che la Taodue (gruppo Mediaset) apre le porte alle serie tv e ci presenta Made in Italy. Il titolo dell’articolo vi ha fatto sperare che arrivassimo subito a questo punto, ma fidatevi, le premesse sono fondamentali. Perché nel 2020 la serie tv entrerà in casa nostra passando per Canale 5. Questo ci fa presagire che qualcosa sta cambiando: il prodotto anche se piacevole non è straordinario, se si pensa alla narrazione un po’ scontata, che ricorda in diversi aspetti Il Diavolo Veste Prada con Margherita Buy nei panni di Maryl Strepp, e che ci fa arrivare in fondo alla puntata confermando tutte le idee che, autonomamente, ci eravamo fatti e, ancora, se si pensa all’inefficienza dei subplot così poco curati da sembrare inesistenti. Ma è un altro esperimento senz’altro apprezzato, se riflettiamo sulla ricercatezza e la pulizia della fotografia, sull’accattivante regia e sulla coerente scenografia che ci trasporta, avendo cura dei dettagli, nell’Italia degli anni ’70. “Un’altra televisione è possibile” come dice René Ferretti (Francesco Pannofino) in Boris e con questa serie, che è uno spaccato storico del nostro paese visto dagli occhi sognanti ed intraprendenti di Irene Mastrangelo (Greta Ferro) e dalle pagine della rivista di moda Appeal, la Taodue e in generale il gruppo Mediaset cercano di dimostrarlo. Un elemento interessante questo di raccontare un aspetto del nostro paese, quello della moda e della nascita del made in Italy, in un progetto seriale.

Negli anni ‘70 in Italia si respirava (sperava) odore di cambiamento, di rivoluzione ma anche di tensioni, crisi, stragi. Lotte politiche e movimenti studenteschi erano all’ordine del giorno e Made in Italy ha cercato in qualche modo di mostrarlo seppur in maniera superficiale. D’altronde, non era possibile ignorarlo. Mentre invece la moda è uno di quegli aspetti che facilmente passa in secondo piano, se non ancora più in profondità, quando si ricordano quegli anni. Con attenzione si nota anche l’impegno per mostrare sinteticamente quelle che sono state le battaglie femministe per l’emancipazione delle donne dalla subordinazione familiare e dalla minorità giuridica e sociale. La stessa Irene Mastrangelo a un certo punto dirà che la moda è lo specchio della società e quanto le collezioni siano cambiate da quando le donne hanno cominciato a riconquistare potere. Un aspetto non proprio marginale.

La televisione (Made in Italy)

La serie si può vedere tutta d’un fiato perché  riesce nell’intento di catturare l’attenzione di un pubblico di ambo i sessi, un pubblico che ignora la moda o che poco ne sa di quelli che sono stati gli albori, di cosa rappresenta il made in Italy di un Valentino o di un Armani all’estero o chi sia il padre dello stile italiano. Infatti lo scopo dei produttori era probabilmente di dare un quadro d’insieme, un’infarinatura, cercando di profilare più stilisti possibili concentrando il tutto in dieci episodi (circa uno stilista a episodio), intento vincente solamente in parte. La sensazione finale risulta essere comunque accettabile, sicuramente non per uno spettatore esperto in materia ma più che altro per un profano.

Il cast è composto oltre alle già citate Greta Ferro e Margherita Buy anche da Fiammetta Cicogna, Ninni Bruschetta (che interpreta il papà di Irene, operaio in fabbrica con il facile rimando alle proteste che animavano anche quelle nuove generazioni di lavoratori), Marco Bocci, Valentina Carnelutti e tantissimi altri (numerose anche le partecipazioni di altri interpreti, tra i quali Raul Bova, Claudia Pandolfi e Stefania Rocca ecc). Un cast quindi molto ricco che colpisce l’attenzione dello spettatore per la straordinaria bravura. Ogni attore sembra a proprio agio dimostrando quanto una recitazione studiata e naturale sia sempre la carta vincente. Curiosa la scelta di far debuttare come protagonista una non attrice bensì una giovane studentessa da poco modella per Armani (nonostante ciò bravissima) e di “usare” un attore specificatamente teatrale (Maurizio Lastrico) per il ruolo del graphic designer della rivista.

La nostra speranza è dunque, proseguendo nella citazione dell’antiserie Boris, che si possa giungere al motto “Qualità o morte” all’interno della serialità italiana. Abbandonare dunque il concetto di serie-fiction per giungere a esperienze visive più piacevoli e ricercate. E’ vero, la distribuzione sulle reti Mediaset è già cambiata nel tempo e Rosy Abate – La Serie non è L’onore e il rispetto e neanche Distretto di polizia o Centovetrine. Tuttavia sarebbe come accostare, con tutte le dovutissime differenze del caso, Live – Non è la d’Urso con il David Letterman Show.

Insomma, per concludere, attendiamo che Canale 5 trasmetta la serie ideata da Camilla Nesbitt e diretta da Ago Panini e Luca Lucini, ma non per vedere in scena il bravissimo cast e neanche per godere dei grandi sforzi produttivi che, collaborando con i grandi marchi della moda italiana, da Albini a Krizia, Missoni, Valentino eccetera, ci porteranno in giro per il mondo, partendo da Milano e giungendo negli States e in Marocco. La aspettiamo, o andiamo a guardarla in anteprima su Amazon Prime Video, per capire se qualcosa sta cambiando nella televisione italiana, nelle sue produzioni e nella sua distribuzione (o messa in onda) o se ci aspetteremo ancora le cose fatte “tanto al chilo”.

A cura di Viviana Macaluso e Pietro Bonaccio.

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