Era il 18 settembre dello scorso anno e Xavier Dolan presentava al Toronto Film Festival il suo primo lungometraggio hollywoodiano, La mia vita con John F. Donovan (qui il trailer). Il film è costato 35 milioni di dollari e ne ha incassati quasi due. Un insuccesso pazzesco, un brutto sogno per Dolan diventato realtà.

Oltre all’alto budget e ai ventiquattro mesi di realizzazione, questa pellicola ha alle spalle ben cinque anni di sceneggiatura. La versione attuale, che vedremo nelle sale a partire dal 27 giugno, dura 2 ore e dieci minuti. La mia vita con John F. Donovan non è stato proiettato e solo in queste settimane sarà disponibile in Francia e in Italia distribuito dalla Lucky Red.

“Caro Leonardo, il mio nome è Xavier Dolan-Tadros. Vado a scuola, amo studiare. Ho otto anni, il 20 marzo ne farò nove. Sono uno dei tuoi fan. Ho visto Titanic cinque volte, reciti davvero bene. Sei un attore grandioso e ti ammiro”. Queste sono le parole che Dolan, all’età di 9 anni, scrisse a Leonardo Di Caprio. Guarda caso, il protagonista del suo film ne ha due in più, si chiama Rupert Turner ed è un aspirante attore arrivato in Inghilterra che, all’insaputa della madre, intraprende una corrispondenza epistolare con il divo della televisione John F. Donovan interpretato (discretamente) da Kit Harington. Quest’uomo è represso e incapace di vivere appieno la propria vita e soprattutto la propria sessualità, con il terrore di andare contro gli interessi della potente industria di Hollywood. Donovan e il ragazzino si scrivono per cinque lunghissimi anni, fino a quando per diverse ragioni la notizia viene diffusa pubblicamente travolgendo le loro vite e cambiandole per sempre.

I temi di Dolan ci sono tutti: il rapporto madre/figlio (esteso sia per il bambino che per Donovan), l’infanzia, le passioni sopite e la fatica di riconoscere ed accettare l’omosessualità. Il settimo film del talento canadese richiama in alcune sequenze il capolavoro È solo la fine del mondo (2016). Già, Dolan è bravissimo a creare quelle atmosfere familiari come le feste e i litigi in cui i dialoghi si accavallano infastidendo di proposito lo spettatore e in La mia vita con John. F. Donovan non mancano.

Mancano, però, dei nodi narrativi importanti. Come dicevamo, per via dei tagli al film, molte sequenze non solo non le vediamo (e quindi capiamo sempre meno), ma ci vengono riproposte con un minutaggio ridotto. Dunque è senza un apparente filo logico. Sembrerebbe proprio un disastro.

Siamo davvero davanti a un fallimento? Sicuramente non è uno dei migliori film di Dolan, ma definirlo “pessimo”, “terribile” o “inguardabile” – come ha dichiarato la critica americana – è eccessivo. Lo stile (quello che ha fatto innamorare gli spettatori e la critica nei lavori precedenti) tende a mancare, ma forse è meglio così. Nonostante le critiche noiose e ridondanti c’è da dire che Dolan ha sperimentato coraggiosamente (grazie anche al generoso budget concessogli), nonostante sia stato costretto a tagliare la back story della madre del piccolo fan per scopi commerciali. Gli interventi musicali bruschi e inaspettati, invece, non fanno altro che dare l’idea allo spettatore dello stato d’animo in cui riversano i personaggi. È chiaro che un film montato in modo diverso da come Dolan lo avrebbe presentato al pubblico rende il prodotto finale incompleto e lacunoso.

La mia vita con John F. Donovan è un prodotto nuovo e originale nella sua autenticità, sia nel bene che nel male. Un film faticoso in cui la regia dell’autore non smette mai di stupire. Non farà impazzire il grande pubblico, certo, ma resta comunque il fatto che molti spettatori hanno paura della novità, sindrome tipica dell’uomo, specialmente degli italiani.

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