Film su una storia poco raccontata, La memoria dell’acqua tratta delle resistenze di un passato non lavabile. È il passato del Cile, che si regge sul silenzio di due grandi massacri: quello degli indigeni della patagonia occidentale e quello dei desaparecidos, i nemici interni fatti sparire dal regime di Pinochet. Il colpo di stato che stroncò il governo socialista di Allende è stato vissuto dal regista, poi andato in esilio, Patricio Guzmàn, che ha dedicato al tema quasi tutte le sue opere, molte presenti in grandi festival europei. L’ultima, Nostalgia della luce, è stata inserita tra i venti migliori documentari del secolo dalla prestigiosa rivista Sight and Sound. In Italia La memoria dell’acqua – in sala dal 28 aprile – è distribuito da I wonder pictures che dal 2013 fa circolare i documentari con più riconoscimenti a livello internazionale, tra i quali ad esempio The look of silence e Citizenfour.

Le contraddizioni presenti oggi in Cile derivano dai compromessi operati nei confronti dei residui della dittatura (ad esempio la costituzione è ancora quella di Pinochet). Ma soprattutto si regge sul ‘patto del silenzio’, ovvero la scelta di occultare la memoria storica per non alterare i fragili equilibri del paese. A questo Guzmàn si oppone fortemente: bisogna disvelare e accettare il passato per superarlo.

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Per buona metà del film ci mostra solo belle immagini della patagonia, i cui fiordi compenetrano l’oceano. L’esempio virtuoso di vita, anch’esso sommerso in un passato perduto, è quello degli aborigeni, ormai ridotti a una ventina. Guzmàn, presente con la sua voce che narra e intervista, dialoga con pochi i superstiti del popolo Selknams. Il loro modo di vivere aperto permette loro di essere in armonia col mondo, al punto che non hanno bisogno di concetti come Dio o ‘polizia’, che restano intraducibili per loro. Sono in contatto con il mare e le stelle tramite una quotidianità fatta di pitture del corpo e viaggi in canoa.

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All’opposto, esiste la chiusura dei cileni, al passato e alla natura: nessuno che viva sulle coste e nessuno che guardi le stelle se non con i telescopi. Ne esiste infatti una distesa nel deserto del nord che, dal punto più arido sulla terra, cercano l’acqua nell’universo. Ma è il sintomo della mancanza di vicinanza, che la scienza non può restituire. La stessa distanza opera sulla terra; infatti il Cile è come un’isola separata dal mondo. Ma se accettasse l’alterità, “se il pensiero si adattasse fluidamente” come la costa al mare, scoverebbe nell’oceano e nelle montagne patagoniche non una barriera, ma uno schermo sui cui si imprime il passato. Infatti le tracce delle stragi si trovano incrostate nei binari a cui venivano legati i prigionieri politici prima di essere gettati in mare. È così che è stato ritrovato il bottone di madreperla che avrebbe aperto uno spiraglio di verità e che dà il nome al film (The Pearl Button). Ciò richiama quello stesso bottone per cui si vendette l’unico indigeno che sia mai stato fuori dalla sua terra e ci sia ritornato: Jimmy Button, portato in Inghiliterra da una spedizione e lì civilizzato, evento che segna l’inizio della fine di questo popolo. Le parole del regista richiamano questi elementi in un movimento poetico che inizia dalla passiva osservazione della natura fino all’impegno politico di regia. Infatti, grazie ai dati di una inchiesta giornalistica, nel finale viene messa in scena la prigionia e la sparizione dell’unico corpo ritrovato, una donna che il mare ha restituito alla memoria dei cileni.

Virgil Darelli

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