La foresta dei sogni non tratta né il suicidio né il Giappone. Meglio togliere subito questo tipo di aspettative, così come non bisogna aspettarsi un film che sia, in qualsiasi modo lo si intenda, d’autore. Gus Van Sant non impone nessuna idea registica forte. Piuttosto ci si focalizza sugli elementi che spiegano e si dispiegano in una storia tutta psicologica. Ciò che è interessante, e coinvolge (seriamente)- anche grazie alla messa in scena leggermente “conativa” (la musica…) -, è il movimento ritornante dei motivi che hanno prodotto la scelta irragionevole per eccellenza, il suicidio.
La prima sequenza: Arthur (Mattew McConaughey) prende il biglietto d’aereo, lascia la macchina con le chiavi attaccate, porta le pasticche per l’overdose, prende il taxi e entra nella foresta di Aokigahara, immensa distesa di alberi sotto il monte Fuji. Qui incontrerà Takumi (Ken Watanabe), un impiegato che ha provato a suicidarsi e si è perso. A quel punto Arthur decide di dargli l’acqua che gli serviva per le pillole. Primo leitmotiv: l’acqua che uccide o salva. Il torrente salva, la pioggia uccide. L’acqua che cancella le tracce, l’acqua che purifica (ad es. dall’alcol). Si manifesta anche nel titolo originale, The sea of trees. Da qui il loro scopo è uscire dalla foresta (difficile a causa di una serie di ragioni) e il film prende la sua caratteristica struttura a flashback. È interessante il paradosso di un presente come stato d’eccezione invivibile, e il passato – Arthur con sua moglie Joan (Naomi Watts) – di una quotidianità persa irrimediabilmente eppure sempre presente.

THE SEA OF TREES

In entrambi i casi il tema è la sopravvivenza, dei corpi dei due dispersi nel primo caso, delle tracce di una vita passata nel secondo. La sopravvivenza è uno strano modo di esistenza che comprende morte e vita: il mantenersi in vita senza davvero vivere, la vita di una traccia di qualcosa di morto. Si tratta di convivere con la morte e i due lo faranno letteralmente rifugiandosi nella tenda con un cadavere. La foresta ne è piena, di cadaveri. Takumi dice che è il Purgatorio; ovvero dove i morti, la morte, restano. La tracce sono questo, ciò che è morto ma è presente. Sono anche quelle che Arthur, la volta che torna a Aokigahara, avrà imparato a lasciarsi dietro per non perdersi. Vedendole (la vista è un altro leitmotiv), potrà ritornare.
Quindi, perdendosi in un luogo non familiare (nel film il Giappone serve solo a questo), può fare esperienza dell’assolutamente altro che è se stesso. Incontra lo spirito (traccia di una vita) che contiene le memorie credute perse. Arthur, scienziato, dice che la scienza spiega tutto. Tranne appunto l’esperienza dell’Altro. Nella vita quotidiana, non solo in momenti estremi, ci vuole quindi una certa fede, che lui e sua moglie avevano dimenticato di applicarsi. Uno dei momenti salienti è quando Arthur racconta delle piccole gentilezze che si facevano di nascosto, perché avevano paura dei grazie e delle scuse. Mentre è solo accettandosi che ci si libera dagli spiriti.
Il film ha questo capitale di grandi temi, che forse richiedevano una migliore accuratezza. Sembra infatti abbastanza frettoloso e ‘spiegone’ nel porli, e la regia generale si lascia dietro alcune sbavature (ma anche la storia ha almeno una incongruenza). Inoltre gli attori sono bravi: colpisce soprattutto Naomi Watts. È un film che non può non toccare, ma lascia un senso di capolavoro mancato.

In sala dal 28 aprile

Virgil Darelli

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