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“Come sarebbe stato bello potermi far capire dal mio allievo, avevo la prova che il senso del giusto e dell’ingiusto non era più estraneo al cuore di Victor, dandogli questo sentimento, o meglio, provocandolo, avevo innalzato l’uomo selvaggio a livello dell’uomo morale con la sua caratteristica più spiccata e la più nobile delle sue attribuzioni”.

Così scrive il dottor Itard nel suo diario alla fine del film “L’enfant Sauvage” di Francois Truffaut. Il film, uscito nel 1970, racconta la storia vera di Victor dell’Aveyron, uno dei 53 casi accertati di ragazzi selvaggi, privi di qualsiasi educazione e interazione con membri della loro specie, che, per diversi motivi, hanno trascorso la prima parte della loro vita, quella più importante per lo sviluppo delle capacità linguistico-cognitive, allo stato brado, in situazioni animalesche.

Quello che Truffaut cerca di fare nella sua trasposizione cinematografica è raccontare la reazione della Parigi di fine Settecento (1798) al ritrovamento di una creatura che di umano sembrava avere soltanto le caratteristiche esterne. Dopo aver suscitato immediatamente l’attenzione del professor Itard, il giovane viene portato all’istituto per Sordomuti di Parigi dove è inizialmente “esposto” come attrazione al pubblico parigino che affollava l’istituto per conoscere “Il selvaggio”.

Quello che invece incuriosiva il professor Pinel e il professor Itard, interpretato nel film da Truffaut stesso, era sicuramente il mutismo di questo bambino, il suo esprimersi con grugniti e gesti convulsi. Pinel e ad altri medici lo ritenevano un ragazzo con disturbi mentali oramai irrecuperabile mentre il ragionamento di Itard era molto più ampio e considerava la causa di questo mutismo il non essere vissuto in un contesto sociale civilizzato.

Il giovane, infatti, sembrava davvero essere classificabile nella categoria che Linneo nel 1798 definì come Homo Ferus così nominato per essere “tetrapus, mutus e hirsutus” ovvero quadrupede, muto e irsuto. Nelle prime scene del film, infatti, Victor ha un’andatura quadrupede, si arrampica, è abituato a vivere come una fiera non esitando anche a lottare con altri animali fino ad ucciderli pur di sopravvivere, a mimetizzarsi, ad utilizzare tutti quei codici semiotici propri degli animali.

A questo proposito è importante sottolineare come il giovane, prima in istituto e poi nella tenuta del professor Itard, si senta a suo agio soltanto alla vista dell’aperta campagna e dell’acqua limpida, riferimenti propri del suo habitat da cui è stato sradicato. Inoltre, bisogna anche citare un episodio accaduto nello studio del professor Itard: alla caduta di un libro, oggetto comune per un essere umano, Victor non mostra nessuna reazione, portando il professor Pinel a ritenere che il bambino sia sordo. In realtà, egli si era voltato durante il viaggio quando una noce era stata schiacciata dietro di lui.

Da questo momento, dunque, inizia la sfida di Itard: tirar fuori l’intelligenza di un ragazzo senza educazione che non conosce assolutamente gli schemi mentali propri dell’uomo ma che considera come unico mondo possibile tutto quello che ha incontrato e sperimentato per ben otto anni in isolamento, un ragazzo che, come scrive il professore, “sente senza ascoltare e guarda senza vedere”.

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Comincia dunque per il giovane il soggiorno in campagna dal professore e Madame Guerin che accoglie il giovane in casa come un figlio. Victor mostra di non avere un equilibrio sensoriale: i più sviluppati sono l’olfatto e il gusto, poi la vista ed infine il tatto. All’inizio si mostra addirittura insensibile alle temperature. Ogni azione che vede fare intorno a lui o che è invitato a compiere è una completa novità così come gli stessi Itard e madame Guerin che gli parlano, consapevoli di non essere capiti ma convinti che questo sia fondamentale affinchè, dopo il periodo di analisi di gesti e suoni, il ragazzo possa cominciare ad imitarli.

Uno degli obiettivi del professore fu quello di insegnare a questo giovane a parlare. Per prima cosa si preoccupò di ristabilire un corretto funzionamento dell’udito stimolando Victor a capire la provenienza dei suoni e poi iniziò, attraverso dei supporti grafici, il processo di apprendimento di nuove idee e concetti. Il ragazzo si mostrò fin da subito in grado di associare un oggetto ad una sua rappresentazione grafica. Allora, credendo il professore che il ragazzo potesse compiere ulteriori progressi, alzò il livello di difficoltà dei suoi esercizi fino ad abituare Victor ad associare la parola al suo oggetto. Nonostante alcune difficoltà iniziali causate dalla non facilità di distaccarsi da modelli precedenti, Victor, grazie allo sviluppo della memoria e ad una lenta ripresa delle capacità neuronali, riuscì nell’intento.

L’obiettivo ultimo del professore, però, non fu mai raggiunto. Itard, per prima cosa, provò a far ripetere al ragazzo le vocali: in una scena del film si può vedere come soltanto dopo essersi accorti che il bambino fosse particolarmente sensibile alla vocale “o” Itard e Guerin decisero di chiamarlo Victor. Il ragazzo però non riuscì mai ad esprimersi formulando delle frasi di senso compiuto o ad acquisire una varietà di parole estesa ed udibile correttamente.

Egli si esprimeva a gesti comunicando i propri bisogni tramite degli oggetti: portava a madame Guerin la ciotola del latte quando aveva fame oppure prendeva il cappello e il bastone del professore quando voleva uscire a fare una passeggiata. La flebile speranza che Itard nutriva verso Victor, dopo aver capito che il ragazzo fosse dotato anche di capacità creative e di discernimento morale, come si vede nelle scene finali nel film, si spegnerà negli anni successivi quando la situazione si mostrerà irrecuperabile.

“è un uomo che non ha un linguaggio e nessun comportamento umano. È confuso e ha uno sguardo intenso come se non avesse mai visto un altro essere umano”

Questa invece è la frase pronunciata da un’eroina del mondo Disney che tutti ricordiamo assieme al suo amato un po’ particolare il cui nome è anche il titolo del film che lo vede protagonista. Tarzan, il film più riuscito del Rinascimento Disney, esce nelle sale italiane il 3 dicembre 1999 e mette in scena le vicende narrate in “Tarzan delle scimmie” di Edgar Burroughs. Anche in questo caso, come nel film di Truffaut, un neonato rimasto orfano viene trovato da Kala, una femmina di gorilla che decide di prendersi cura di lui e di chiamarlo Tarzan nonostante il capobranco Kerchak non sia d’accordo perché il neonato non è della loro specie e, secondo lui, non imparerà mai ad essere una scimmia. Inizialmente, dunque, il piccolo viene visto come un intruso e come un pericolo ma, nonostante tutto, il piccolo Tarzan cresce con l’intenzione di diventare la migliore scimmia che c’è abbattendo ogni dubbio sulla sua diversità: anche lui, infatti ha due occhi, un naso, una bocca e soprattutto un cuore come gli altri.

Questo equilibrio però viene interrotto quando nella giungla arrivano Jane, Porter e Clayton, degli esseri umani intenzionati a studiare i gorilla. Per Tarzan, infatti, tutto cambia quando incontra per la prima volta Jane: si accorge che è simile a lui e che, soprattutto, il suo palmo è della stessa grandezza di quello della donna. L’intenzione di studiarla e conoscerla è forte perciò comincia a ripetere tutto quello che Jane dice ed associa anche rumori o eventi a cose dette da Jane (quando la donna sentirà uno sparo esclamerà “Clayton”, allo stesso modo Tarzan assocerà da quel momento in poi quella parola a quel preciso evento).

Da quell’incontro, il bravo uomo selvaggio risulterà scosso a tal punto da chiedere alla “madre” il motivo per cui lei non le avesse mai detto dell’esistenza di creature come lui. L’avvicinamento verso la civiltà e verso il ritrovamento della propria umanità in questo caso non è guidato ma volontario: Tarzan è desideroso di capire quale sia la sua vera natura. In una delle canzoni del film viene detto: “se tutto ha un senso tu puoi dirmi qual è, voglio capire cosa c’è al di fuori di me (…) io sono immerso nel mio mondo ma so che fuori c’è dell’altro”.

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È questo il momento in cui Tarzan è pienamente consapevole di essere uomo, in special modo nell’accampamento del professore simbolo del progresso, dell’umanità, della scienza e della ricerca rispetto alla bestialità e all’inferiorità del mondo animale: è curioso sottolineare come gli altri animali che si accorgeranno dell’esistenza di questo luogo si chiederanno quale bestia primitiva abbia mai potuto fare delle cose del genere.

Nell’accampamento Tarzan vede delle immagini della vita civilizzata e tenta di comprendere il loro significato. Egli, per la precisione, cerca di imitare ciò che è raffigurato nelle immagini nella maniera più fedele possibile. Ad esempio, quando vede una diapositiva raffigurante un uomo porgere un mazzo di fiori ad una donna in segno d’affetto, egli, avendo forse compreso il significato simbolico di quei fiori, raccoglierà un mazzo di fiori e lo regalerà a Jane.

È importante dire che, alla fine del film, Tarzan riesce sia ad esprimersi a gesti e a grugniti con i gorilla con cui è cresciuto sia a rivolgersi a Jane con quelle che sembrano parole proprie del linguaggio verbale umano. Dopo esser stato tentato a lasciare la giungla per conoscere scienziati, giornalisti, scrittori, regnanti, per diventare, in fin dei conti, un’attrazione come lo è stato Victor, il capobranco Kerchak gli ricorda che lui appartiene a loro, che è sempre stato uno di loro. Date queste premesse, il lieto fine del film non è il solito finale Disney ma è qualcosa di più. Forse, con questo film, la Disney ha visto in Tarzan quel tanto studiato “missing link”, quell’anello mancante in grado di unire due mondi diversi ma così tanto simili.

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