Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) è un consulente aziendale dalle geniali qualità persuasive. Con fare amichevole, avvicina i rampolli ritenuti incapaci di gestire le aziende di famiglia e li convince ad andarsene. Non si occupa della generazione di Telemaco, ma di figli Narcisi buoni manco ad organizzare un torneo di playstation. Perché fa un lavoro del genere? Per un abbandono paterno legato proprio al fallimento imprenditoriale, per sentirsi più sicuro di sé affrontando problemi da cui gli altri si tengono distanti, o, più temerariamente, per credere di aiutare chi il lavoro lo può perdere. Una sera, tornando a casa, vi trova Achrinoam (Hadas Yaron), una ragazza israeliana che il fratello gli ha mollato lì senza preavviso. Quell’incontro inaspettato è la prima interferenza al suo mondo solitario e al baricentro alienante di quello strano lavoro. Ad accelerare il cambiamento arriva l’incarico di togliere dalle mani di due adolescenti rimasti orfani, Filippo (Filippo De Carli) e Camilla Lievi (Camilla Martini), l’azienda ereditata. Filippo chiede ad Enrico, posso fidarmi di te? No, si, forse… In realtà no perché lui c’è dentro fino al collo. Poi si fa strada in lui l’idea che il giovanissimo imprenditore ce la possa fare. Cerca aiuto nel socio Carlo Bernini (Giuseppe Battiston), il figlio del capo (Teco Celio), apparentemente vincente ma frustrato dal rapporto paterno inesistente. Andrà come deve andare, Enrico scende fino al sottosuolo del diavolo ma non vince la sfida. Resta a guardare Achri, ballando il moonwalk sul marciapiede della stazione, non pare avere un altrove da cercare.

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È difficile riuscire a staccare gli occhi da Valerio Mastandrea, dai suoi persistenti riflessi di umanità. Dall’apatia del voler vivere tranquillo ad ogni costo all’ironica dolcezza con cui affronta le ambiguità del business, le sue mosse, i lampi di entusiasmo, gli sguardi smarriti autenticano scene in forte debito di verosimiglianza. Tanti, infatti, sono i punti di debolezza narrativa di questa commedia, a partire dal paradosso costitutivo etica & impresa dello studio Bernini, una Spectre finanziaria che piomba sulle aziende ad espellere chi non è in grado di governarle. I conflitti sociali sono limitati all’operaio che affronta Filippo e tenta di darsi fuoco, un po’ pateticamente, nella pubblica piazza. Lo sfondo economico del racconto avrebbe chiesto una ricostruzione più veritiera della crisi sistemica che investe il capitalismo familiare italiano. Non si chiude così una fabbrica radicata nel proprio territorio, neppure al cinema. La dinamica del conflitto padri-figli investe tutto il film, lo stesso Bernini pare incapace di crearsi un erede, il suo “discorso termale” parla ad una società senza figli.

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È anche la cornice edipica dell’infelicità di Enrico. Le idee di Zanasi sono tante ma la sensazione prevalente nello spettatore è quella dell’esitazione a svilupparle. Sarà che anche la sceneggiatura è un sistema complesso. Arrivano momenti avvincenti come l’esibizione canora nella Torta di Noi, o l’amorevole levitazione nella camera d’albergo con il sottofondo di In a manner of speaking dei Nouvelle Vague. La colonna sonora dà un’aura catartica ai ripensamenti di Giusti, le musiche originali sono di Niccolò Contessa de I Cani. Molto belli alcuni movimenti di macchina, lunghe carrellate e ralenti. Ma la storia del mediatore redento non riesce a coinvolgere lo spettatore, appena Enrico porta la sua coscienza nel mondo del lavoro ne rimane escluso. L’istituzione lavoro è la struttura in cui avviene il cambiamento, l’impresa come figura paterna idealizzata, ma nella metafora si gioca solo l’interdizione. Nel finale si chiude in se stesso e si chiude anche il film. Il sistema che gli ha affidato la cura della prole incapace di farsi adulta se ne fa cura fino in fondo e pare rigettarlo nel giardino d’infanzia. Magari Gianni Zanasi ha in mente di fare di Enrico Giusti il counselor “biologico” di Filippo Lievi in un sequel televisivo, come era stato per il rocker di Non pensarci.

Roberta Fiaschetti

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