Italia Piccola

Dando un’occhiata alla filmografia di Mario Soldati, il noto scrittore e regista torinese, può sembrarci impensabile che nella sua filmografia ci siano film persi o dei quali oggi non è possibile trovarne con molta facilità una copia in DVD [1]. Eppure se esaminiamo con attenzione l’elenco dei suoi film da regista ci imbattiamo in un misterioso “Italia piccola”, risalente al 1957, allo stato attuale andato interamente perduto.

Film sconosciuto e sventurato, “Italia piccola” vantava di un cast di tutto rispetto. Oltre alla presenza di Nino Taranto ed Erminio Macario, trovavamo un giovane Enzo Tortora, e altri caratteristi come Roy Ciccolini oltre che alla protagonista Rita Giannuzzi. Girato nel paese di Arena Po (Bassa padana pavese) in Cinemascope e a colori (con il sistema Ferraniacolor) e accompagnato dalla musica di Nino Rota, doveva essere, stando alle parole di Gianni Amelio, “un fatto di cronaca che diventa una rappresentazione musicale, dove lo spartito è la luce ‘falsa’ degli interni, i movimenti di macchina sofisticati, l’ambientazione comunque seducente”. Leggendo anche dall’autorevole lavoro saggistico su Macario scritto da Domenico Livigni, contenuto nel libro “Totò con i 4” [2], la trama del film è la seguente:

“Giuliana (Rita Giannuzzi) è una bella ragazza che vive con suo padre Vincenzo (Nino Taranto) capostazione del paese Arena Po, in Bassa Padana. Rincontra lo sbruffone Alberto (Enzo Tortora), suo amico d’infanzia, che la lascia incinta. L’uomo parte però per gli Stati Uniti e per causa di forza maggiore Giuliana non può seguirlo. Mesi dopo nasce quindi il bambino che viene però riconosciuto da Sandrin (Erminio Macario), aiutante del capostazione e da sua moglie Giorgia (Betty Foà), per evitare lo scandalo. Il bambino, al quale viene dato il nome di Pierino, ormai giunto ai cinque anni sembra aver fatto rinascere l’esistenza del padre putativo, giocando felice con i soldatini e gli Apache, se non fosse che Alberto fa ritorno intenzionato a riprenderselo… Però Giuliana non è più interessata all’uomo e la questione fa litigare violentemente Vincenzo e Sandrin sotto gli occhi innocenti del bambino, che scappa avvilito da casa. Giuliana li divide ma è costretta a confessare di essere la vera madre di Pierino. Nel frattempo Alberto entra in casa con il bambino poco prima fuggito, la famiglia si riunisce e il risultato è il classico “happy end”.”

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Racconto apparentemente legato alla dialettica del melodramma strappalacrime alla Matarazzo, o al romanzo di periferia di De Santis e Castellani, il film di Soldati, girato nello stesso periodo del suo ben noto reportage gastronomico per la Rai “Viaggio nella valle del Po”, riutilizzava l’ambientazione del torrente padano (già presente nel precedente “La donna del fiume” [1954]) conciliando nel plot uno stile di facile presa con il cosiddetto finale “risolutivo”, accompagnato dal curioso e solenne supporto di due comici di grande popolarità come Taranto e Macario per ruoli di tinte drammatiche tutt’altro che marionettistiche. In particolar modo per quest’ultimo. Ma anche (sempre stando alle parole dei pochi che hanno visto il film) un dramma verista e agreste dall’intreccio canonico in linea con la commedia italiana dei primi anni cinquanta e un calligrafico e ieratico ritaglio di un’italianità di provincia ancorata a certi valori patriarcali e all’arte di arrangiarsi conseguenza del dopoguerra.

E proprio questo punto pare abbia fatto storcere il naso a pubblico e critica. Forse perché troppo enfatizzato, o forse perché alle porte del boom economico la platea popolare non apprezzava più un ritratto di Bassa Padana emarginato, vittimista, neorealista, per non dire stereotipato. Infatti dopo la prima proiezione pubblica del film al Cinema Politeama di Piacenza il 25 ottobre 1957 alla presenza del regista, del cast e della popolazione di Arena Po [3], il film sembra non entrare nel cuore della critica ufficiale, anche se leggendo attentamente le recensioni d’epoca non sono mancate impressioni positive. Scrive Ernesto G. Laura su Bianco e Nero [4]:

“Aver ambientato il film al Nord, attorno a Ferrara in uno sperduto Arena Po era anche o poteva essere anche un desiderio di riscoperta cinematografica d’un settentrione ignorato o dimenticato oppure visto soltanto nei suoi gangli cittadini e industriali. Se queste erano le “partenze” possibili sono andate perdute lungo la strada e quel che rimane è un decoroso fumetto da quattro soldi, con un intreccio tradizionale […] Dei film napoletani l’operina di Soldati ha oltretutto la pesante banalità dei dialoghi, l’assoluta insufficienza del disegno dei personaggi, l’ovvietà delle soluzioni narrative; e questo preme rilevare, perché uno scrittore di talento può sì, realizzare dei film con propositi puramente commerciali, ma spiace che rinunci alla dignità del buon raccontare e alla vivacità d’osservazione che in altri film, persino nel rivistaiolo Botta e risposta [1949] aveva saputo mantenere […] Degli interpreti, più che dignitosa, nei limiti dei loro convenzionali personaggi, la prestazione drammatica di Nino Taranto e soprattutto di Macario, proposto qui in una chiave inconsueta, ma non lontana dal fondo crepuscolare di questo nostro attore da troppo trascurato dal nostro cinema […] Salvo la misurata Betty Foà, scialbi e inadeguati i giovani interpreti.”

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Scrive Arturo Lanocita sul Corriere della Sera [5]:

“Ciò che Soldati si proponeva era una novelletta facile, scorrevole, narrata con linguaggio immediato, passioni elementari, commosse reazioni […] E chiaro che lo scrittore Soldati ha visto in questo spunto (così dissimile da quelli sottili ed eleganti in cui si sperimenta la sua pagina scritta) una possibilità di comunicativa con le grandi platee, eccitate ai turbamenti subitanei […] Alcune inquadrature – il berretto rosso del capostazione su cui indugia l’obiettivo all’inizio, la loggetta che affaccia sui treni, i campi scarlatti dei papaveri, il crepuscolo sul fiume – riassumono certa parte delle ambizioni stilistiche di Soldati: ma sia chiaro che gli estetismi non gli hanno preso la mano, ed egli si è attenuto ad una calligrafia secca, mirando dritto agli effetti di pronta riscossione.”

Leo Pestelli su La Stampa invece dichiara [6]:

“Soldati ha resistito alla dulcedine del raccontino preparatogli da Maroni e Pezziloro, non ha fatto del bozzettismo di maniera, ha scritto del suo inchiostro un film bonario e casalingo, ventilato dal bellissimo paesaggio padano che ne è il vero protagonista. Una ricreazione per quanti spettatori si sono ormai stufati di esotici e troppo forti sapori. E ha fatto buon uso dei colori e del grande schermo, piegandoli, anziché a vacua pompa spettacolare dei personaggi e dei luoghi a gustosi effetti di macchia.”

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Il successo al botteghino risulta comunque molto mediocre rispetto ai precedenti film di Soldati (100 milioni di incasso per circa 640.000 spettatori paganti). Dopo pochi mesi di circolazione la pellicola viene poco per volta ritirata dalle città italiane, non viene più ridistribuita e da allora se ne perdono definitivamente le tracce. Tra gli spettatori d’epoca c’è però, come già detto prima, il dodicenne Gianni Amelio, futuro importante regista che in un volume su Mario Soldati del 2009 arriva a definire “Italia piccola” come “il film che mi ha insegnato tutto” e che “il Soldati della Bassa Padana anticipa di decenni qualche Bertolucci, non solo quello padano di Novecento ma anche della Luna tra Roma e Sabaudia”. [7] Stando alle parole del cineasta calabrese dunque, un ottimo melodramma che per anni avrebbe ricordato come un’autentica lezione di cinema. Visivamente ben curato, con particolare riferimento all’uso del Cinemascope e del colore che avrebbe dato giusto risalto ai colori agresti e impressionistici del landscape della campagna emiliana [8]. Divertente notare quanto i recensori d’epoca abbiano risaltato all’unanimità la bellezza della formosa protagonista, la torinese Rita Giannuzzi.

Del film pare non sia rimasto neanche il soggetto originale, né tantomeno la sceneggiatura. Alquanto introvabile appare altro materiale del set quale storyboard, bozzetti preparatori, piani di lavorazione, ecc… Del trailer nemmeno l’ombra. Rimane solo un breve ma prezioso backstage all’interno di un Cinegiornale Luce dove si vedono per pochi istanti il set del film ad Arena Po e un divertente fuori scena con Taranto e Macario intenti a giocare a bocce, momento ovviamente non appartenente al film. Amelio parla di “un quarto di rullo” custodito alla Cineteca Nazionale ma oggi completamente deteriorato e inguardabile. Addirittura alcuni anni fa è nato su Facebook un gruppo (ad opera di un signore che aveva partecipato come comparsa al film) intento alla pubblicazione di foto e testimonianze del film scomparso.

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Ma quale può essere stata la causa della scomparsa di tutte le copie esistenti, dal negativo originale alle copie positive? Da precisare innanzitutto che una volta impostasi la pellicola 35mm non infiammabile i film hanno avuto una longevità molto più assicurata rispetto al ben più pericoloso e degradabile nitrato di cellulosa. In Italia nel 1954 il passaggio da nitrato a triacetato (il cosiddetto “safety”) è stato definitivo. Nonostante questo non sono mancati casi di film italiani successivi a questa data considerati perduti. Ma pochissimi. Purtroppo “Italia piccola” è tra questi… Che il deterioramento delle copie di circolazione possa essere stato motivato dalla mediocrità del Ferraniacolor d’epoca? La casa di produzione aveva ordinato il macero dei positivi poco tempo dopo visto l’insuccesso del film?

Ancor più assurdo dal momento che il film ha avuto la distribuzione all’estero persino in Spagna con il titolo “La voz de la sangre”, ma anche di quella versione spagnola pare non sia rimasta traccia. Non è da escludere che l’innegabile insuccesso nel quale era cascato tale film abbia notevolmente tolto a Soldati la voglia di girare lungometraggi. Non a caso il suo successivo lungometraggio “Policarpo, ufficiale di scrittura” (1959) sarebbe stato il suo ultimo film. Da allora in poi si sarebbe dedicato soltanto a produzioni televisive tra reportage e finzione. Tra i suoi ultimi cortometraggi degno di nota “Orta mia” (1960), nel quale ritornava alla bellezza naturalistica e musicale del settentrione e dei paesaggi del natio Piemonte.

Snobbato, dimenticato e maledetto, “Italia piccola” resta quindi nell’Olimpo di quei tesori cinematografici “sperduti nel buio”. Proprio come lo scomparso capolavoro di Martoglio e l’eccellente documentario del 2014 di Lorenzo Pezzano. Ma anche uno di quei poemi popolari che stringevano a sé, proprio perché rapsodicamente popolari, un prezioso scrigno di lontani e anacronistici desideri perduti.

SCHEDA TECNICA:

Regia: Mario Soldati

Soggetto: da un’idea di Andrea Maroni e Fulvio Pazziloro

Sceneggiatura: Mario Soldati, Giuseppe Mangione, Domenico Meccoli, Gigliola Falluto

Scenografia: Peppino Piccolo

Aiuto regista: Cesare Olivieri

Assistente alla regia: Raniero Mangione

Montaggio: Nella Nannuzzi

Musica: Nino Rota (direzione di Franco Ferrara)

Direttore della fotografia: Tino Santoni

Fonico: Pietro Ortolani

Operatore alla macchina: Enrico Cignitti

Direttore di produzione: Armando Grottini

Produzione: Felice Zappulla per Fortunia Films

Distribuzione (Italia): RKO Radio Pictures

Interpreti e personaggi principali: Nino Taranto (Vincenzo, il capostazione), Rita Giannuzzi (Giuliana), Erminio Macario (Sandrin), Enzo Tortora (Alberto), Emilio Rinaldi, Betty Foà (Giorgia, moglie di Sandrin), Natale Cirino (Natale), Peo Giachino (Pierino, il bambino di Giuliana), Roy Ciccolini (Pasquale)

Colore: Ferraniacolor

Aspect ratio: 2,35:1 Cinemascope (sistema Totalscope)

Durata: 106’ (2900 m)

Prima proiezione pubblica: Cinema Politeama, Piacenza, 25 ottobre 1957

Visto Censura: n° 25300 del 3/10/1957


NOTE:

[1] Oltre a questo risulta essere andato perduto anche “Tutto per la donna” (1939), il secondo film di Soldati regista

[2] Domenico Livigni “Macario e Totò” in Ciro Borrelli, Domenico Livigni “Totò con i 4” Apeiron Edizioni, Napoli, 2018

[3] Alberto Biandi “Questa sera a Piacenza ‘Italia Piccola’ di Soldati” La Stampa, Torino, 25 ottobre 1957

[4] Ernesto G. Laura “Italia piccola” in Bianco e Nero, Roma, n.1, gennaio 1958

[5] Arturo Lanocita ‘Italia piccola’ a Piacenza, Corriere della Sera, Milano, 26 ottobre 1957

[6] Leo Pestelli ‘All’ambrosio: Italia piccola di Soldati’ La Stampa, Torino, 1° dicembre 1957

[7] Gianni Amelio “Quel film di Soldati capolavoro perduto” in Emiliano Morreale (a cura di) “Mario Soldati e il cinema” Donzelli, Roma, 2009

[8] Ulteriori riflessioni sull’estetica del film sono contenute in Luca Malavasi “Mario Soldati”, Il Castoro Cinema, Firenze, 2006, pag 140-141

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