io sono mia

Una ragazzina, un giradischi, uno specchio, una spazzola come microfono… E all’improvviso un padre burbero e conservatore pronto a fare irruzione nella stanzetta di sua figlia al fine di mandare a monte le sue ambizioni. Dal trailer di Io sono Mia, biografia della cantautrice Mia Martini targato Rai per la regia di Riccardo Donna, sembriamo trovarci di fronte ad un fin troppo canonico e calligrafico biopic in perfetta linea con le griglie stilistiche da osservare in una fiction della Tv di stato: ambientazione d’epoca patinata ed edulcorata, conflitto tra generazioni patriarcali e figli del dopoguerra, climax, riflessione finale con la voce fuori campo della protagonista.

Il lungometraggio sulla cantautrice calabrese è prodotto da Rai e distribuito da Nexo Digital. Quest’ultima replica le modalità di lancio del precedente Fabrizio De André – Principe libero (2018) di Luca Facchini: evento speciale di tre giorni nel mese di gennaio e messa in onda sul piccolo schermo stabilita a data da destinarsi. A differenza del lavoro sul cantautore ligure ci troviamo di fronte ad un ritratto naturalista ma dalla scrittura filmica esuberante e magnetica. Con una struttura a flashback e continui salti nel tempo progressivi (troppo azzardato fare un pallido paragone con C’era una volta in America?), man mano che la storia del presente procede (il momento in cui la Martini deve portare Almeno tu nell’universo al Festival di Sanremo 1989), la controversa parabola di Mia, segnata dalle ben note maldicenze all’apice della sua popolarità sul finire degli anni Settanta, è un buon atto d’accusa nei confronti delle ipocrisie della società dello spettacolo discografico e televisivo della nostra penisola, anche se in realtà questo è solo il valore aggiunto del motore del film. Non solo vediamo il cinico, seppur prevedibile, affarismo delle etichette negli anni ’70, pilotatrici e fautrici di leve canore ridotte a marionette in base alle loro esigenze, ma anche le malsane gelosie e rivalità del mondo giornalistico. Mia Martini (interpretata da una Serena Rossi in stato di grazia) è spettatrice e vittima del business della stampa: “se lei crede di farsi grande intervistando me ha sbagliato persona” accusa a colei che la intervista poco prima della sua esibizione sanremese, e quest’ultima si vede soffiare la possibilità di parlare con Ray Charles da uno scaltro collega. La ruota gira…

Nonostante l’obbligata introduzione dei personaggi romanzati Tony e il compagno di vita Andrea, i rispettivi fantasmi di Renato Zero e Ivano Fossati che non hanno concesso di essere menzionati nel film, il ritratto umano è sentito, per quanto a tratti un po’ timido. Serena Rossi appassiona, cattura e somiglia. Somiglia a Mia nella voce (gli accenti e la dizione di provenienza sono credibili), nello sguardo (meridionale affinità) e nel viso (questa la carta in partenza più rischiosa). E dimostra tutte le sue possibilità di nuova reginetta protagonista del cinema italiano, e la simbiosi con l’estro e l’orgoglio di Mia che ai ricatti dei discografici risponde “Sono un’artista, non una marionetta” non può che ormai essere un’etichetta della quale dovrebbe vantarsi…

 

di Gianmarco Cilento

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