“Ho deciso volontariamente di estraniarmi da me stesso e di diventare una macchina da presa vivente”. Così Alessandro Redaelli, classe 1991, descrive il suo lavoro, la sua esperienza durante le riprese di Funeralopolis, a Suburban Portrait (qui il trailer). Trattasi del primo documentario del giovane regista, che decide di raccontare la storia di Vash e Felce, due rapper della provincia milanese alle prese con la dipendenza da eroina. Il film, che vede la luce per la prima volta nel 2017 e che recentemente è uscito anche in versione home video, non è però un documentario sulla tossicodipendenza, ma innanzitutto la storia di due amici. Alessandro ha acconsentito a parlarne con noi.

Ci piaceva l’idea di intervistarti in quanto sei stato anche tu studente di cinema. Soprattutto dal momento che se ho capito bene Funeralopolis era la tua tesi. Come è nato il progetto?

In realtà è nato per una serie di coincidenze tre mesi prima di finire l’accademia, in un periodo in cui era un po’ che non giravo perché ero molto preso dagli studi. Quindi avevo una voglia matta di girare qualcosa, di girare un lungometraggio sostanzialmente. Poi era un periodo in cui ero molto interessato al cinema di osservazione e contestualmente avevo rivisto i due protagonisti del film. Uno di loro si era trasferito a Roma da un po’ di anni e tornando abbiamo colto l’occasione per rivederci. Quindi ho fatto due più due, dovevo fare la tesi di laurea e mi son detto: faccio un documentario su questi due ragazzi che conosco e di cui mi interessa particolarmente la vita e il pensiero. E quindi abbiamo iniziato a così, a maggio del 2015 li ho presi da parte e ho detto loro: “ragazzi, io da domani vi seguo con una camera se non è un problema”. E per loro non era un problema. Ho iniziato molto di pancia, senza sapere all’inizio come strutturare il film. Girando e girando dopo qualche mese ho cominciato a montare quello che avevo raccolto e mi sono reso conto che lì dentro poteva esserci un film. Quindi da un certo punto in poi ho chiamato Ruggero Melis e Daniele Fagone, i due ragazzi con i quali collaboro dall’inizio della scuola, e insieme ci siamo messi a costruire una sorta di sceneggiatura a partire dal materiale. Quindi da lì siamo andati a girare per circa un anno e mezzo e parallelamente a montare. I primi dieci minuti di film sono rimasti come erano dopo tre mesi di riprese ed è proprio quello che ho portato come tesi.

Perché Vash e Felce? So che vi conoscevate sin da piccoli, ma vorrei sapere cos’è che ti ha fatto intuire che il documentario sarebbe potuto essere su di loro e che sarebbe stato un buon documentario. Cos’è che ha fatto scattare la scintilla insomma?

Un insieme di cose. Come hai visto dal film hanno un pensiero comune ed interessante sotto molti aspetti. Spesso sono discorsi che girano a vuoto, ma è interessante che si pongano certe domande. Poi loro sono due rapper molto forti, in periferia da dove veniamo noi è difficile trovare gente così forte e dedita come loro. Ed è ancora più interessante questo processo di autodistruzione che hanno poi iniziato con l’eroina, nonostante abbiano consapevolezza del mondo intorno a loro. Come ho detto prima però, è stato un film girato molto di pancia, quindi inizialmente non sapevo neanche io cosa sarebbe uscito fuori o se fosse una grande idea. Sono tutte cose che ho capito girando. Sono stato molto fortunato da quel punto di vista.

Cos’è che invece ti ha fatto dire “okay, sono soddisfatto del lavoro, finisco di riprendere”?

L’ultima scena, che è proprio l’ultima cosa che ho girato. Quando ho ripreso quella scena, ho chiamato i ragazzi e ho detto: “abbiamo il finale”. E poi da lì è iniziata la fase lunghissima di post produzione. Ho iniziato a montare seriamente dopo un annetto di riprese e ho finito dopo un altro anno e mezzo dalla fine. Il montaggio è stato molto più complesso rispetto alla fase di ripresa, perché dovevamo costruire una storia, senza però rinunciare alla veridicità delle azioni, del loro percorso, senza trucchi, senza aggiungere nulla.

Cosa hai intenzione di fare con tutto il materiale che è avanzato? Pensi di sfruttarlo in qualche modo?

Allora, nell’home video ci sono quattro scene tagliate, scene molto belle, alcune anche tra le più belle, che però ho dovuto togliere perché ammazzavano il ritmo e perché da un certo punto in poi hai bisogno di arrivare alla fine. Erano scene che si svolgevano dopo la grande festa, che è la scena madre del film. Lì da spettatore senti proprio la necessità di arrivare ad una conclusione. Le altre cose rimarranno sull’hard disk. Il primo montato che avevo fatto durava sei ore, che chiaramente non era una cosa commercializzabile. Però in qualche modo funzionava, perché la grande forza del film sono loro due, che sanno tenere la camera in modo incredibile. Io non ho mai detto niente, non li ho mai indirizzati in alcun modo. È stata tutta roba loro. Ed è bellissimo che due persone riescano a tenere la camera in quel modo, facendo uscire tutto quello che hanno dentro.

A tal proposito, ti hanno spesso chiesto come hanno reagito Vash, Felce e i loro amici al fatto che tu li riprendessi, ad esempio in che modo il loro comportamento cambiava. Io vorrei invece chiederti cosa ha comportato per te girare in situazioni simili, l’essere inserito in contesto del genere. Mi viene in mente la scena con i poliziotti, che addirittura poi si avvicinano e interagiscono con te chiedendoti di spegnere la macchina da presa. Lì tu non sei più un osservatore, sei completamente catapultato nel tuo stesso documentario. Che cosa comportano situazioni come quella?

In realtà solo in rarissime occasioni è successo, per la maggior parte del tempo invece sono stato in un angolo a farmi gli affari miei, “rubando” quel che riuscivo. Anche perché la prima scena che ho girato è proprio quella all’inizio del film nel bagno del treno e io non avevo mai visto da così vicino la gente farsi di eroina. Quindi vedendolo soltanto dopo un’ora dall’inizio di quello che pensavo sarebbe stato un lungo processo, ho deciso volontariamente di estraniarmi da me stesso e di diventare una macchina da presa vivente, ragionando soltanto sulle inquadrature e sugli stacchi e credo sia il motivo per il quale sono poi riuscito a chiudere queste riprese.

Volevo chiederti qualcosa in merito alla scelta del bianco e nero. È stata apprezzata da chiunque, funziona anche da filtro e soprattutto rende universale il film, non è difficile immaginare Funeralopolis girato a Roma, ad esempio. Ho però notato la tendenza a sottolineare più e più volte il fatto che non sia un bianco e nero estetizzante, bensì semantico. Volevo chiederti, pensi che questo “accanimento” sia dovuto al fatto che il film è un documentario? È così grave per un documentario essere bello da vedere? Perché obiettivamente Funeralopolis oltre ad essere un bel film, ha una propria coerenza estetica che lo rende bello da vedere.

È un discorso legato all’etica, come per la fotografia di guerra, foto straordinarie che potrebbero farti pensare ad uno scopo di lucro, estetizzando una tragedia. Però quella tragedia arriva ed arriva proprio perché estetizzata, quindi non credo sia un difetto estetizzare questo tipo di situazioni. Anche se comunque il motivo per il quale ho scelto il bianco e nero è che era necessario un filtro tra lo spettatore e il film, perchè certe cose sono davvero troppo forti che hai il bisogno di distaccarti, tenere a mente che è un documentario e che è tutto vero, ma comunque che è un film. Il bianco e nero è come se restituisse oggettività allo spettatore.

Quando in Italia si parla di film che hanno a che fare con l’eroina, l’accostamento a Caligari viene quasi spontaneo. È una cosa che in qualche modo ti turba, o al contrario ti fa piacere?

A me fa molto piacere, adoro Caligari. Ha fatto tre lungometraggi che sono tre film incredibili, quindi sono contento dell’accostamento, anzi sottolinea il fatto che quella di Funeralopolis sia una storia universale, anche perché in tanti hanno cercato un collegamento forte con Milano in sé, ma secondo me c’è fino ad un certo punto, perché l’eroina è una droga che si consuma più negli spazi chiusi, lontani dalla società che vediamo tutti i giorni.

Tu hai sempre detto che Funeralopolis è un documentario su due amici più che sulla dipendenza da eroina, anche perché se non ho capito male, quando hai deciso di iniziare il documentario, loro ancora non ne facevano uso.

Sì, è successo proprio in quel momento, non ricordo se una settimana prima o una settimana dopo. Quindi penso racconti bene quel percorso, però come hai ben detto io l’ho sempre raccontato come un film su due amici, perché poi è quello che mi interessava raccontare, loro come persone, non loro come tossicodipendenti.

Proprio in merito a questo, nel momento in cui è entrata in gioco l’eroina, cosa hai pensato riguardo le sorti del film? Hai pensato che ti stesse sfuggendo di mano, oppure come hai detto prima, hai continuato a riprendere di pancia?

Sicuramente l’ultima cosa che hai detto, perché il tipo di documentario che piace a me è un documentario che si evolve mentre lo fai. Recentemente ho rivisto Il Diamante Bianco di Herzog, un film stupendo. Lui inizia in un modo, focalizzandosi su una situazione, ma poi circa a metà è colpito e quindi rapito da altro, quasi si dimentica da dove era partito, ma è bello così, proprio per questo. Perché stai raccontando qualcosa che ti interessa.

L’home video è un altro traguardo raggiunto da Funeralopolis

Sì, sono molto contento. Anche perché quando il film è uscito all’inizio ero molto demoralizzato, perché è stato accolto bene dal pubblico, bene dalla critica, bene da tutti, però le distribuzioni non ne volevano sapere. Quando ci è arrivato il vietato ai minori di diciotto è stata un’altra mazzata. Anche perché è arrivato con una lettera del ministero in cui dicevano che il divieto era dovuto al fatto che il film non denuncia mai apertamente l’uso di eroina, ma io dico, chi è che dopo aver visto Funeralopolis decide di farne uso? Tant’è che al cinema l’abbiam portato noi, una ragazza si è proprio occupata di andare dai vari esercenti per vendere il film. Fino a quando effettivamente è andato molto bene, ad esempio al cinema Beltrade di Milano è stato il film più visto dell’anno, rispetto anche a film più grossi. Questo dimostra che c’è interesse da parte del pubblico verso questo tipo di film. E quindi qualcuno ha iniziato a farsi avanti. Alla fine Twelve ha deciso di portarlo in home video, in collaborazione con 01 e RaiCinema, quindi siamo molto contenti, soprattutto del percorso che ha fatto, perché è un film praticamente costato zero e fatto in tre, con una storia produttiva lunga e travagliata.

Ho letto che sei alle prese con un nuovo film, puoi e vuoi dirci qualcosa?

Abbiamo deciso con la casa di produzione di non dire su cosa sarà, ma posso dirvi che è un altro documentario di osservazione dall’approccio simile, ma dal linguaggio totalmente diverso, sarà più posato e più esteticamente vicino al cinema di fiction. Ma l’approccio produttivo è rimasto quello. Invece di girarlo completamente da solo lo giriamo in tre, è un film corale, con un sacco di personaggi ed è molto più difficile.

Ci hai incuriositi al punto giusto.

https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/06/funeralopolis.jpg?fit=1024%2C576https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/06/funeralopolis.jpg?resize=150%2C150Lavinia FlaviInterviste2017,Alessandro Redaelli,documentario,Funeralopolis,intervista“Ho deciso volontariamente di estraniarmi da me stesso e di diventare una macchina da presa vivente”. Così Alessandro Redaelli, classe 1991, descrive il suo lavoro, la sua esperienza durante le riprese di Funeralopolis, a Suburban Portrait (qui il trailer). Trattasi del primo documentario del giovane regista, che decide di...Università degli studi di Roma La Sapienza