Immaginate di assistere a uno spettacolo in cui attori e pubblico si mescolano. In quel momento sapete che tutto è finzione. Immaginate adesso di essere voi la parte del pubblico invitata a salire sul palco. Sareste ancora capaci di distinguere finzione e realtà?

Nell’ottobre 2002, durante una rappresentazione al teatro Dubrovka di Mosca, circa 50 ceceni armati irruppero sul palco prendendo come ostaggi gli 850 spettatori. Unica richiesta: il ritiro delle forze armate russe dalla Cecenia e la fine della seconda guerra cecena. Triste ironia, la maggior parte del pubblico fu convinta per i primi minuti che fosse tutto parte dello spettacolo.

Yorgos Zois (Atene, 1982), conosciuto grazie al suo primo corto Casus Belli  (2010), prende spunto da questi eventi nel firmare Interruption, film vincitore del premio per la Miglior Opera Prima all’Hellenic Film Academy Award.

Durante la rappresentazione di una rivisitazione post-moderna dell’Orestea di Eschilo all’interno di un famoso teatro di Atene, un momentaneo black-out è seguito dall’entrata sul palco di un gruppo di persone vestite di nero e armate. Uno di loro assume il ruolo di Regista, chiama sul palco gli spettatori della platea, li invita a presentarsi e, infine, li esorta a prendere parte alla tragedia, guidandoli in una sorta di recitazione improvvisata. Alla curiosità e stupore iniziali, subentra il coinvolgimento emotivo di ciascuno dei Partecipanti. È così che l’interruzione diventa il momento della vera e propria azione. Ma interessante risulterà osservare la risposta del restante pubblico a ciò che accade. Dove finisce la recita e comincia l’autenticità?

Già nella prima mezz’ora, il film rivela il suo intento nella domanda posta dal Regista Alexandros ad uno dei Partecipanti: “Questa è finzione o realtà?”. Manifesta è la volontà di studiare il modo in cui il Teatro è visto e vissuto nel mondo contemporaneo. Minimalismo è la parola chiave nella tecnica di montaggio dell’opera, mentre la luce è studiata in modo da evidenziare i dettagli che in quel momento della storia devono essere notati. La musica è principalmente sfruttata per dare enfasi ai momenti più carichi di tensione, lasciando il posto ai rumori diegetici per buona parte della proiezione. I dialoghi sono ridotti e inframmezzati da lunghe pause tra una breve battuta e l’altra.  Inoltre, contribuendo a creare una visione piuttosto statica ma comprensiva dell’azione, il piano sequenza e il campo medio sono inframezzati da numerosi primi piani, inseriti in modo tale da offrire attimi di respiro tra le inquadrature.

Nonostante sia ascendente in più punti, il climax crea un’aspettativa e una suspense che vengono spesso tradite dalla mancanza di un colpo di scena. La pellicola ha tutte le potenzialità di diventare un thriller alla Hitchcock, ma sceglie di rimanere fedele al cinema d’autore più contemporaneo ed impegnato.

Il linguaggio intellettuale, utilizzato da Zois nella simbologia e nelle forzature stilistiche, sacrifica una ricezione immediata e diretta del messaggio più nascosto che vuole inviare. In profondità, il film è una critica alla passività con cui le persone accettano di diventare spettatrici della propria vita e un’introspezione nell’inconscio di ognuno, che in pubblico condanna la violenza, ma in privato, segretamente, ne va alla ricerca. Evidenzia senza esporsi la necessità che l’Uomo diventi esso stesso un Eroe mitologico, compia quel gesto rivoluzionario e sconvolgente che renderà immortale il proprio nome.

di Valentina Longo

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