Il mago di Oz, 80 anni di colori, musica e magia

Nell’estate di 80 anni fa, mentre il mondo era inutilmente intento a scongiurare la catastrofe di una nuova guerra mondiale, nei cinema statunitensi il 25 agosto 1939 usciva Il mago di Oz, musical immortale diretto da Victor Fleming e tratto da “Il meraviglioso mondo di Oz”, romanzo per l’infanzia scritto a fine ‘800 da L. Frank Baum. Rivelatosi poco redditizio al suo debutto (anche a causa degli enormi costi di produzione), Il Mago di Oz fu amato sempre di più negli anni a venire, fino a diventare quel classico hollywoodiano che rinnova la sua magia ad ogni nuova generazione.

La storia è quella nota: una ragazzina del Kansas di nome Dorothy (Judy Garland) viene catapultata da un tornado insieme al suo cagnolino Toto e a tutta la sua casa nel magico regno di Oz. Per tornare a casa, perché come recita il leitmotiv della pellicola “non c’è nessun posto più bello di casa”, la giovane dovrà affrontare un lungo viaggio sulla via di mattoni gialli che la condurrà alla leggendaria Città di Smeraldo, dove spera di poter ricevere aiuto dal potente Oz. Nel lungo viaggio Dorothy troverà la compagnia dello Spaventapasseri (Ray Bolger), dell’Uomo di Latta (Jack Haley) e del Leone codardo (Bert Lahr), ciascuno desideroso di ottenere qualcosa: rispettivamente un cervello, un cuore e il coraggio. Dopo aver sconfitto la malvagia Strega dell’Ovest (Margaret Hamilton), con dell’acqua, simbolo di purezza (sua la celebre frase: “Mi sto sciogliendo! Mi sto sciogliendo!”), la strana combriccola giungerà finalmente al cospetto del grande mago che si rivelerà nient’altro che un ciarlatano persosi anni prima in quel mondo con la sua mongolfiera. L’uomo riuscirà però comunque con le sue parole a esaudire i desideri dei tre amici di Dorothy, mentre lei tornerà finalmente  a casa grazie all’aiuto di Glinda, la buona Strega del Nord (Billie Burke) e delle magiche scarpette rosse che la avevano accompagnata fin dall’inizio nel suo viaggio. Si risveglierà nel suo letto e nessuno le crederà.

Per il ruolo della giovane protagonista fu ingaggiata la diciassettene Judy Garland. La parte le portò un enorme successo e la elevò a icona mondiale. Il prezzo da pagare fu però molto pesante: si dice infatti che la MGM costrinse la Garland, per sopportare i ritmi disumani a cui erano sottoposti gli attori a quei tempi e per evitare di prendere chili, ad assumere ingenti dosi di farmaci, la dipendenza dai quali causerà la sua morte prematura all’età di 47 anni.

Il Mago di Oz, 80 anni di colori, musica e magia

Al di là di questa e di altre numerose leggende oscure che aleggiano intorno al coloratissimo paese di Oz, quello messo in piedi dalla Metro-Goldwyn-Mayer fu un  vero e proprio miracolo produttivo sotto la direzione di Mervyn LeRoy, con effetti speciali mai visti prima, centinaia di comparse, scenografie dettagliatissime e una colonna sonora tra le più influenti di tutti i tempi. Proprio le canzoni, composte da Harold Arlen e Yip Harburg, sono la nota distintiva de Il mago di Oz e in particolare “Over the rainbow”, incisa più volte dalla stessa Garland e oggetto di numerosissime cover.

In un tempo in cui l’uso dei colori, benché non completamente estraneo al cinema,  era ancora tutto da sperimentare, il mondo di Oz si presenta come un prodigio in Technicolor che si apre su un Kansas in bianco e nero. Le scarpette rossissime, la strada giallissima, i prati verdissimi, è proprio l’inverosimile quantità e intensità dei colori a ricreare l’atmosfera onirica del film, a tracciare un confine netto con la piattezza del mondo reale.

Mondo al quale però la protagonista non vuole e non può rinunciare. Il suo è il classico viaggio dell’eroe, fatto di slanci e rifiuti, di meraviglia e terrore. È un viaggio nel sogno in cui alla fine Dorothy acquisterà una nuova consapevolezza di sé e del mondo, che è la consapevolezza di chi squarcia il velo della finzione per scoprire cosa c’è sotto: la realtà di un umanità imperfetta, ma che può trovare solo dentro di sé quello che cerca. Tutto il resto è una luccicante mera illusione.

C’è chi ne Il mago di Oz ha intravisto una metafora politica, chi una religiosa, chi una atea, chi una psicanalitica. Forse tutto è vero e tutto è falso. Tra le mille speculazioni degne di ogni cult quel che rimane certo è la meraviglia delle coreografie, delle musiche e delle scenografie, l’esattezza delle interpretazioni, l’efficacia di una storia avvincente. Tutti gli ingredienti di un’opera che a distanza di otto decenni non manca ancora di divertire, affascinare ed entrare nei cuori di chi la guarda per la prima o la centesima volta.

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