Anche la 72. Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia è giunta al termine. Tra rivelazioni e delusioni, vecchi e nuovi protagonisti, ancora una volta ha dimostrato di avere le carte giuste per incantare gli amanti del cinema di tutto il mondo. Ora è il momento di fare i conti, ma ad ognuno il suo. Per quanto riguarda il contributo italiano, possiamo dirci abbastanza soddisfatti: Bellocchio, Gaudino, Guadagnino e Messina hanno presentato in concorso una fetta importante della nostra cinematografia (anche se nessuno di questi è prodotto interamente in Italia). Alla fine il verdetto ha assegnato una meritata Coppa Volpi a Valeria Golino, protagonista assoluta in Per amore vostro di Giuseppe M. Gaudino – acquietando tutti i desiderosi di tenere un premio in Italia  – ma per il resto i quattro film italiani in concorso non hanno ricevuto altri riconoscimenti.

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Tuttavia, il film italiano più applaudito e che ha fatto più discutere la stampa è un Fuori Concorso (per motivi più o meno ragionevoli): Non essere cattivo, l’opera postuma di Claudio Caligari. Dopo diciassette anni dall’ultimo film il discusso regista torna al lavoro (e a Venezia) con un film erede dei sui precedenti lavori (Amore tossico, 1983 L’odore della notte, 1998). A presentarlo è il produttore/aiuto regista Valerio Mastandrea che fin dall’inizio si è prodigato per renderlo possibile e per poi portarlo a termine dopo la morte del regista, credendo fino in fondo a un progetto e a un uomo che voleva fare cinema.

Caligari inizia citando Caligari, sul lungomare di Ostia, ricordando al pubblico che è sempre lui, i luoghi, i temi sono gli stessi, ma non siamo più nei controversi anni Ottanta, è il 1995: l’inizio di una stagione povera, non ancora conclusa del tutto, ma che vent’anni dopo può essere osservata e raccontata con la distanza necessaria. Oggi gli attori non sono più ex tossici presi dalla strada, i mezzi e i finanziamenti non sono arrangiati e forse le soluzioni discutibili che non avevano convinto nel 1983, oggi non destano tanto stupore. La fotografia curata, un montaggio sonoro ammirevole e due attori in perfetta sintonia provano che i tempi sono cambiati ma non i problemi. La periferia romana nata con Pasolini è cresciuta: la mafia, l’immigrazione e la crisi hanno stremato quel mondo “tossico” dove si ha paura di pensare, dove la felicità non dura e non essere cattivo non paga. Una situazione estrema, forse non così rara, ma ancora molto taciuta. Caligari ce la racconta con quella peculiare sincerità, denunciando ma non condannando, consapevole dell’impotenza di fronte alla quale pone lo spettatore.

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Possiamo solo guardare questi due ragazzi negli occhi, sempre più grandi e sempre più rossi, consumati dalla droga e dalla vita dove niente sembra mancare o forse semplicemente non si osa desiderare. Luca Marinelli (Cesare) e Alessandro Borghi (Vittorio) costruiscono nella loro complicità l’impalcatura dell’intero film interpretando magistralmente i due protagonisti del film. Aggressivi ma impotenti, ci parlano attraverso gli occhi cercando un barlume di speranza, che non riescono a trovare neanche nella “normalità”.

Un film difficile da digerire (presentato a Venezia fuori concorso ma già in sala distribuito da Good Film) che dà prova di un modo di fare cinema che in Italia fatica a lavorare ma avrebbe molto da dire.

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