Ci sono film che si possono vedere solo nei festival. A volte non trovano una distribuzione, altre non la cercano: nascono già pensando a un pubblico ristretto, quella nicchia di cinefili che troppo spesso si siede in sala per andarsene dopo pochi minuti (“il solito film lento con voice over”). Forse certi film troverebbero meno pregiudizi tra gli spettatori più inesperti.

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Amijima. 55 minuti di seducenti immagini di montagne islandesi, bianche e nere, o meglio, di infinite sfumature di grigio che puoi solo osservare ipnoticamente, accompagnato da un voce che legge in spagnolo un adattamento dell’opera teatrale giapponese Doppio suicidio d’amore a Amijima (1720). Non sarebbe neanche necessario raccontare queste immagini, le quali possiedono già dentro di sé una storia che ti accade davanti, senza bisogno di didascalie.

Tutta la colonna sonora ti trascina dentro, vicino a questi paesaggi lontani, attraversati da un personaggio-viaggiatore che agisce i luoghi. Un puntino che si muove nella montagna, un sassolino lanciato nell’acqua aprono, nei quadri visivi che attentamente osserviamo, una dimensione spazio temporale che non ha bisogno di azione per evolvere e diventare sempre più ipnotica. Jorge Suárez-Quiñones Rivas è il giovanissimo (ventiquattrenne) architetto spagnolo che ha diretto, scritto, ripreso, montato, musicato queste immagini.

Vedere rarità e scoprire novità è un tempo che solo nei festival ci si concede. Ma perché?

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