I due Papi, lo schermo per la realtà e per due grandi attori

“We wish You a great vision and a happy new experience!” Ecco come suonerebbe la celebre canzone di natale se a cantarla fosse Netflix. Sì, perché anticipando Babbo Natale di qualche giorno, ci ha portato qualche regalo. Tra questi, oltre ovviamente a film come The Irishman, ecco I due Papi (trailer), il nuovo film di Fernando Meirelles.

Partiamo dal presupposto che i due papi che diventano amici, a seguito di un prolungato incontro, cominciato con un riverbero astioso a causa delle differenti vedute sulla dimensione riformista o conservatrice della chiesa, sono Anthony Hopkins e Jonathan Pryce. Errata corrige: trattasi di papa Benedetto XVI e papa Francesco. Ma l’errore non è poi tanto condannabile. Infatti, ciò che si rifugia sotto un passamontagna per rapire lo spettatore e trascinarlo fino alla fine de I due Papi è proprio l’empatica e magnetica interpretazione dei due attori che si tramuta, già dalle prime scene, in una confortevole sintonia dialogica.

Il passamontagna di cui abbiamo parlato poco fa, per essere chiari, è la sapiente e eclettica regia di Fernando Meirelles (già conosciuto per la candidatura agli Oscar come miglior regista per City of God nel 2004). Il cineasta brasiliano ha tessuto una tela di immagini, sulla sceneggiatura di Anthony McCarten, che fa oscillare il film tra il documentario e la finzione, confondendo lo spettatore sulla realtà di ciò che sta vedendo (o vivendo, romanzando il tutto). Ma è una confusione positiva. Le immagini di repertorio si mischiano a scene girate con camera a spalla e zoomate che ricreano l’istantaneità dell’azione, come fosse alla ricerca di un hic et nunc, per poi coniugarsi opportunamente a scene di finto repertorio o a sequenze di bianco e nero in 4:3 dove si racconta il passato (a giudicare dalle inquadrature, non solo il passato di Bergoglio ma anche, esteticamente, quello del cinema stesso). Il tutto porta lo spettatore a non distinguere facilmente cosa e quando è stato ripreso e a confondere dunque realtà e finzione, fino a rendersi conto che si trova davanti a qualcosa che va oltre: due persone, con la loro spinta vitale pubblica e privata, le proprie verità e le proprie menzogne, i punti di forza e le proprie debolezze.

I due Papi, lo schermo per la realtà e per due grandi attori
Foto inedita di Anthony Hopkins scattata sul set. Si ringrazia l’autore dello scatto Fabio Simonetti.

E dunque comincia a guardare i due papi, spiandoli in un incontro al quale chiunque avrebbe voluto partecipare, quello tra il vecchio e il nuovo pontefice. E cerca, superando qualche “spiegone”, di immergersi in questa nuova dimensione vaticana. Infatti: in passato ci siamo goduti il conclave romantico dipinto da Nanni Moretti; ci siamo stupiti dei vizi papali, tra alcolismo e tabagismo, del sorrentiniano papa Belardo (Jude Law) e dei suoi sacerdoti; ma è la prima volta che assistiamo a un conclave trascorso sulle note di Dancing Queen degli Abba e all’evento di due papi che guardano Germania – Argentina, finale della coppa del mondo 2014, davanti a pizza e birra. E la novità non è soltanto il carattere pop e umano (inteso come essere che vive come altri esseri, passioni, esigenze e linguaggio verbale/non-verbale compreso) che emerge dai due personaggi ma i due personaggi stessi. Non ci troviamo di fronte a un Benny Belardo o al cardinale Melville. I due protagonisti impersonano Joseph Aloisius Ratzinger (Hopkins) e Jorge Mario Bergoglio (Pryce). Personaggi storici, realmente esistenti.

Ecco dunque che la volontà di infondere nello spettatore una confusionaria visione si riversa anche nella recitazione, riportandoci all’inizio della nostra analisi. I due attori riescono a vestirsi di quei personaggi in maniera così mimetica e fine da confonderci, anch’essi. A un certo punto siamo tanto immersi nelle loro movenze da pensare che, anche fisicamente, che Hopkins e Pryce siano identici a Ratzinger e Bergoglio. Certo, con un po’ di concentrazione possiamo rinsavire e distinguere i tratti somatici. Ma ancora una volta, Meirelles, il regista, ci anticipa, cominciando ad alternare immagini dei due veri papi e accompagnandoci al finale.

Dal canto mio, trovo sempre curioso e affascinante che un attore possa spogliarsi dei panni del serial killer cannibale Hannibal Lecter per vestire quelli del colto papa Benedetto XVI, oppure quelli dell’intransigente Alto Passero (de Il trono di spade) per diventare il riformista e solare papa Francesco. A questo straordinario fenomeno, gli esperti hanno fornito un termine: professionalità. Dunque, come tutti i regali, scartiamo il pacchetto senza sapere cosa ci aspetterà. Il film esprime l’esatto momento che ci separa dall’illusione di sapere cosa sia allo scoprirlo realmente.

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