L’anima americana è dura, temprata nello stoicismo e nel sangue. A ricordarcelo è un trafiletto di D.H. Lawrence nella primissima immagine di Hostiles, ultimo lavoro di Scott Cooper.

Nessuna citazione sarebbe potuta essere più adatta ad aprire l’arido (per contesto e parzialmente per resa) film di Cooper. Il regista pone l’obiettivo della macchina da presa ad inquadrare uno squarcio di realtà tra i più scomodi dell’intera storia americana. Durante gli ultimi stanchi anni del XIX secolo, precisamente nel 1892, gli strascichi della guerra e degli stermini perpetrati nei confronti degli indigeni pellerossa gravano sulla coscienza dell’ipocrita Washington, che per ordine del Presidente comanda il rilascio di un vecchio e morente capo indiano. A Fort Berringer, nel west più west del New Mexico, dove il vecchio Falco Giallo (Wes Studi) è detenuto da anni, l’ordine di scortare il Cheyenne e la sua famiglia viene girato all’indurito capitano Joseph J. Blocker (Christian Bale).

Il film di Cooper decide di tessere le sue fila seguendo il più classico ricamo del road movie, rivisitato in salsa western. Poli opposti sono costretti a viaggiare gomito a gomito, osservandosi a vicenda in silenzi che marcano intensamente i solchi sui volti scavati da decenni di feroci lotte. Le anime delle due parti sono guaste ed irrimediabilmente corrotte dagli eventi vissuti, ma allo stesso tempo sanno riconoscersi simili. Entrambe sono bloccate in un limbo che segna il passaggio dal vecchio al nuovo, dove un passato burrascoso sta cedendo il passo ad un futuro che vuole espiare le proprie colpe. La forzata convivenza si propone di fungere da azione catartica per il gruppo, rafforzata (almeno nelle intenzioni) anche dal posticcio personaggio di Rosalee Quaid (seppur fenomenale Rosamund Pike), donna che si unisce alla compagnia dopo che la sua famiglia è stata trucidata da selvaggi Comanche.  

Dove il lavoro di Cooper si dimostra più debole è nella resa dell’evoluzione dei personaggi, che di per sé vantano background solidi e perfettamente esposti nella fisicità dei loro interpreti. La naturalezza si rivela in più di un’occasione sacrificata in nome della funzionalità del processo narrativo, fatto, questo, che si percepisce vividamente in battute ed azioni che esulano dalla psicologia del personaggio che le enuncia e compie. Il passaggio al rinnovamento, sottolineato anche dalla magistrale fotografia di Masanobu Takayanagi che immortala il percorso compiuto dall’aspra terra del New Mexico al rigoglioso Montana, pare scattare artificiosamente in determinati step. La meccanicità con la quale avviene il cambiamento soffoca, in parte, l’identità della genuina poetica di Cooper, che in alcuni frangenti si lascia comunque tentare da eco retoriche che vanno a strizzare l’occhio alla contemporaneità statunitense e non solo.

Nonostante tutto Hostiles rimane un prodotto che prova a scandagliare quella durezza dell’anima che a inizio film richiamava, scolpendo le sue trame negli sguardi di eccezionali interpreti che però non possono sopperire alle artificiosità evidenti di una tuttavia interessante pellicola.   

Alessio Zuccari

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