Hell or High Water, sceneggiato da Taylor Sheridan (Sicario, 2015), è stato presentato nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes 2016 ed è poi uscito negli Stati Uniti l’estate successiva. Infine, è stato proiettato alla Festa di Roma nella sezione Tutti ne parlano e dal 18 novembre sarà esclusiva di Netflix per l’Italia.

Racconta la storia di due fratelli, Tanner (Ben Foster), carico di violenza antisociale, e Toby (Chris Pine), effigie della glacialità texana. Il loro carattere è anche quello del film: asciutto ma implacabile nella pratica quotidiana – rubare macchine, cambiare i soldi nei casinò, mangiare bistecche – ma dietro l’apparente logica lineare che guida la visione, si nasconde la follia di uno strano circolo. Quello che infatti si propongono i fratelli, è di derubare una serie di filiali di una banca texana, per riscattare così la casa materna, che era stata ipotecata dalla stessa banca.

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Follia che riguarda lo stesso status del film come genere. Infatti si tratta di un western, secondo le opinioni di molti critici, che lo definiscono neo-western heist-crime film, Western heist thriller, Texas crime drama, ecc. Ma, evidentemente, non siamo nel XIX secolo. Eppure per parlare del west di ora, il film deve richiamare alla mente il west di prima, fatto di ricordi artificiali, che sono appunto i western. L’autoreferenzialità finanziaria si riflette nella circolarità dei testi che fa la forza del consumismo: circolo che viene combattuto con la stessa follia invertita, dei rapinatori come del film. È proprio questo magico filtro autoriflessivo che permette al grande cinema americano di riflettere sulle contraddizioni sociali.

Cosa c’è di western in Hell or High Water? A livello semantico: i luoghi, l’ambiente desertico, i personaggi canonici (banditi, sceriffo, indiani), le rapine. A livello sintattico: la solitudine del protagonista, con il fardello del suo passato, che supera i confini morali ma solo per la famiglia e per ristabilire il futuro comunitario. Toby, infatti, vuole liberare i suoi cari dalla povertà che li affligge da generazioni “come una malattia”, e lo farà in un modo o in un altro, hell or high water. Ciò che manca del cinema classico, è il ricongiungimento organico. La conclusione arriva anch’essa hell or high water, come una negoziazione che non supera i contrasti, ma li ricuce violentemente. Ogni spiegazione, ogni duello conclusivo, viene rimandato.

Secondo Rick Altman, ogni genere mostra una tensione tra una norma sociale e la sua violazione: questo è il “piacere di genere”, qualcosa di controculturale. Nasce dal risparmio di energia psichica che costerebbe piegarsi alla realtà, è una economia pulsionale di tensioni e rilascio. Ma la norma da infrangere dev’essere condivisa. Invece qui la norma è nel presente, nella speculazione delle banche che dominano un paesaggio desolato di città fantasma, non più un ideale a cui tornare nonostante tutto.

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Speculare alla prima coppia ce n’è un’altra. Marcus (Jeff Bridges), sceriffo esperto con una riserva infinita di calma e di frecciatine per il partner indiano, Alberto (Gil Birmingham). Lo sceriffo, restio alla pensione imminente, inizia a interessarsi quando vede l’architettura intelligente che guida le rapine. Ma dopo cento minuti di lotta a distanza, la presenza della pulsione controculturale resta non assorbita, ancora visibile nella sua potenza.

Ci sono altri temi tipicamente del genere western: le armi, esageratamente più numerose (una rapina in un paesino del Texas non è una passeggiata); gli indiani Comanche, proprietari del casinò e rappresentanti dell’antica resistenza, mentre ora, come nota uno di loro, gli invasori senza esercito sono i fondi d’investimento, e i nuovi indiani sono Toby e Tanner. Questo giustificherebbe anche il titolo originario del film, Comancheria. Un grosso indiano sente di dover spiegare il significato di comanche (nemico di tutti):

«E questo cosa fa di me?» risponde Tanner. «Un nemico», fa l’altro. «No, un Comanche».

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