Giovanna Ralli

La sua carriera è iniziata prestissimo, nel 1942, con La maestrina di Giorgio Bianchi. Come è arrivata ad apparire nel film?

Sono una delle bambine che in un giardinetto fanno un girotondo. Era una cosa molto breve, mi hanno scelta insieme ad altre bambine, alla fine eravamo delle comparse, niente di che. Ma era una prassi, sceglievano delle bambine i registi stessi, girando per le scuole elementari. E poi ero talmente piccola, avevo solo sette anni, che non avevo ancora modo di capire cosa fosse il cinema.

Pochi mesi dopo, penso, l’ha notata anche De Sica, nel bellissimo I bambini ci guardano.

Anche lì, stessa cosa. Non pensavo assolutamente di immergermi in questa realtà lavorativa. Poi c’era aria di guerra, forse si facevano queste cose anche per spensieratezza.

Ho letto che forse è stato Peppino De Filippo che l’ha segnalata per alcune partecipazioni teatrali nei primi anni ’50. È vero?

Assolutamente sì. Ho lavorato per circa un anno nella compagnia di De Filippo, recitando nel minuscolo ruolo di una fioraia, in uno dei suoi spettacoli. D’altronde avevo soltanto 16 anni, era il 1951. Però grazie a questa esperienza sono riuscita ad incontrare Federico Fellini, che veniva a trovare Peppino durante le pause per discutere del film Luci del varietà, che avrebbero girato da lì a poco. In quel momento Fellini si è avvicinato a me dicendomi: “Saresti interessata a fare il cinema?”. La mia risposta è stata: “Certo!”. E così ho preso parte al film, seppure nel breve ruolo di una ballerina, ma ovviamente quella era la parte che, vista l’età, lo ripeto, mi potevano assegnare. In quel film compare anche Sophia Loren, che lavorava però in un’altra compagnia, e che ancora si faceva chiamare Sofia Lazzaro. Forse è come se avessimo iniziato assieme (ride).

La svolta per entrambe infatti è arrivata poco dopo.

Certo, abbiamo continuato a fare gavetta, come generiche, facendo continuamente provini, e poi finalmente siamo arrivate ai ruoli importanti.

Tra i registi più importanti con cui ha lavorato vi è Roberto Rossellini.

La prima volta che ci siamo incontrati è stata nel 1952. Stavo recitando nel film Medico condotto, al quale faceva da supervisore. Ancora non avevo conosciuto neanche Sergio Amidei. Eppure in quell’occasione ci siamo conosciuti abbastanza bene, tanto è vero che sette anni dopo si è ricordato di me, facendomi interpretare Il Generale Della Rovere, anche se già da qualche anno avevamo iniziato a frequentarci, insieme a tutti i suoi amici, tra i quali Amidei. Dopodiché mi ha presa come protagonista per Era notte a Roma, per il quale ho preso il premio al Festival di San Francisco.

Immagino l’emozione alla consegna del premio nella città californiana.

No, in realtà non c’ero. In quel momento mi trovavo in Jugoslavia per girare un altro film, Febbre di rivolta, di Robert Hossein. La notizia mi è arrivata dalla radio. Era di mattina, e mentre ero al trucco ho sentito la voce della speaker che informa del premio da me vinto. Naturalmente Rossellini mi ha chiamata subito dopo felice. Nella terna delle candidate al premio c’era anche Simone Signoret, quindi la vittoria per me è stata molto importante. In seguito sono tornata ancora una volta con Rossellini, seppure per una piccola parte, in Viva l’Italia!, girato quasi tutto dal vero, tra la Sicilia e la Calabria. La scena della mia fucilazione è stata girata a Scilla.

Nel 1959 gira Nel blu dipinto di blu con Domenico Modugno. Com’era lui sul set?

Aveva una grandissima padronanza, una presenza assoluta. D’altronde aveva fatto tanto teatro. Girare il film con lui è stata un’autentica gioia, un’esperienza bellissima. Cito spesso l’episodio avvenuto alcuni anni dopo, quando l’ho rivisto a Hollywood, mentre stavo girando il mio primo film americano. L’ho incontrato nella hall di un albergo e ci siamo abbracciati. Io quella sera sarei dovuta uscire con Barbara Streisand e Omar Sharif, e allora gli ho detto: “Mimmo, vieni con noi!”. Così ci ha seguiti, e siamo andati tutti e quattro in un bel ristorante cinese. Finita la cena ci ha invitato nella sua suite, nella quale aveva anche un pianoforte. Ad un certo punto ha preso la chitarra e ci ha cantato Meraviglioso. E l’ha cantata così bene che Barbara ha detto: “Voglio cantarla pure io!”, e lo hanno fatto, è stato così bello.

Nel 1962 lei gira con Carmine Gallone due film, a mio avviso da riscoprire, La monaca di Monza e Carmen di Trastevere. Mi piace in particolare quest’ultimo, molto realista, sanguigno.

Con Gallone mi sono trovata bene, anche perché era un regista anziano, navigato, oltre che un autentico gentiluomo. Sono state anche quelle ottime parentesi lavorative, per le quali avevo avuto all’epoca critiche molto positive. Di Carmen di Trastevere posso dire che era un film carino, mentre La monaca di Monza ha segnato una svolta per me, fino a poco prima infatti avevo recitato esclusivamente nei personaggi da “romana”. In quel film c’era un ruolo tutto diverso, lontanissimo da come mi avevano inquadrata.

Anche La fuga di Paolo Spinola, girato nel 1964, è un film molto interessante.

Sì, anche perché è stato il primo film con un personaggio femminile omosessuale nel cinema italiano. La tematica era sicuramente molto avanti con i tempi. Una donna sposata con un bambino che frequenta una levatrice della quale si innamora, ma non ha il coraggio di dirglielo, con il risultato di un tragico finale. Per quell’interpretazione mi hanno dato il Nastro d’Argento.

Molto intrigante anche La vita agra, di Carlo Lizzani. Cosa ricorda di quel film?

Non posso trattenermi dal dire che per un’attrice lavorare con Lizzani era una garanzia! Quel film, tratto dal racconto di Bianciardi, era una bella esperienza. Poi Lizzani sapeva benissimo quello che voleva, faceva lavorare la macchina produttiva del cinema in una maniera strepitosa. Era tutto così importante, piacevole.

E poi è arrivato l’incontro con Blake Edwards nel 1966, per Papà, ma che cosa hai fatto in guerra?

Sì, Edwards aveva visto il mio film Se permette parliamo di donne, che è stato oltretutto l’esordio di Ettore Scola alla regia, ne era rimasto impressionato piacevolmente, e dal momento che aveva bisogno di un’attrice italiana mi ha chiamata, facendomi fare prima un provino, andato naturalmente bene. Blake era divertente, a parte che sembrava un europeo, per quanto era colto. Non a caso ha fatto quelle commedie così uniche, come il filone de La Pantera Rosa. E poi era un grandissimo sceneggiatore.

C’eravamo tanto amati rimane senz’altro una delle sue pietre miliari. C’era un po’ di improvvisazione da parte sua per il personaggio di Elide, ad esempio negli errori grammaticali (lei non ‘salisce’?) o era tutto ben definito da copione?

No, anche perché i dialoghi erano talmente tanto azzeccati che non c’era la necessità di fare aggiunte. Bastava credere a quello che leggevi, e diventava tutto naturale. Io ho avuto la fortuna di lavorare con questi registi che ti proponevano sceneggiature straordinarie, in particolar modo per i dialoghi. Un periodo in cui c’erano oltre che Amidei anche Rodolfo Sonego, Age & Scarpelli, Luciano Vincenzoni. Con Scola non c’era bisogno di ampliare, modificare. Con lui in seguito ho lavorato nella versione teatrale di Una giornata particolare, andata in scena nel 1982, per la regia di Vittorio Caprioli.

Secondo lei c’è ancora qualche esponente della commedia all’italiana ai giorni nostri?

Direi senz’altro Paolo Virzì. Ci sono tre dei suoi film, che considero dei veri e proprio esempi della nuova commedia nostrana, Ferie d’agosto, Caterina va in città e La pazza gioia. Anche se vorrei includere Paolo Genovese, con il quale ho lavorato nel dittico di Immaturi. Dico senz’ombra di dubbio che sia lui che Virzì hanno assorbito perfettamente la scuola di Monicelli. Negli anni scorsi anche Carlo Vanzina ci ha regalato ancora qualche buon risultato all’interno del genere. Ne Il pranzo della domenica con lui mi ero trovata benissimo. La commedia all’italiana si può ancora fare!

Un suo giudizio su tre personaggi emblematici del nostro cinema, con i quali ha lavorato: Totò, Alberto Sordi e Ugo Tognazzi.

Di Totò posso dire che era molto generoso, aiutava tantissime persone. E poi era molto affascinante, durante le pause tra un ciak e l’altro, tornava ad essere se stesso, elegante e carismatico. Con Alberto Sordi ridevo come una matta, era un partner che faceva ridere a tutti. Anche con Tognazzi era una gioia recitare. Poi lui è stato un attore che ha avuto un coraggio straordinario, dagli esordi in rivista e con Vianello, ai molti film girati con Ferreri negli anni a seguire.

Tornerebbe a teatro?

In realtà non potrei proprio, anche se me lo offrono spesso. Per fare teatro al giorno d’oggi bisognerebbe fare tanti debutti, e non me la sentirei. E poi tutto è cambiato rispetto agli anni in cui lo facevo.

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