Pioggia di ricordi

Il tema delle memorie, contesti ambientali eloquenti che scavano nell’intimità delle persone, le scelte difficili raccontate nella loro maturazione sono tutte delle piccole gemme di cui è ricco e dedito il cinema giapponese. Queste risaltano anche in Pioggia di ricordi (Omohide poro poro), il cui nome originale lascia parlare l’onomatopea per trasmettere la sensibilità e insieme l’effetto che i ricordi suscitano nella protagonista, costituendo il dispositivo narrativo del film. Isao Takahata, l’altra anima dello Studio Ghibli, dopo aver firmato Una tomba per le lucciole (1988), dove pure la forza della memoria ha un valore fondamentale, regala al suo paese il miglior incasso del 1991 per un film nipponico.

La storia sia apre con Taeko Okajima, una ragazza di 27 anni cresciuta e residente a Tokyo, con un lavoro stabile all’interno di un’azienda, che decide di fare un viaggio nella campagna della prefettura di Yamagata. Durante il viaggio e poi anche nella sua permanenza viene sopraffatta da ricordi provenienti dalla sua infanzia “come un film che scorre nella testa”. Si viene rimbalzati così alla fine degli anni ’60, quando la bambina di quinta elementare che era si trovava alle prese con due mondi in crescita: da una parte quello di una prima maturazione del suo corpo, accompagnata dalla rivalutazione dei rapporti nella scuola e in casa, quindi tra le amicizie e la famiglia; dall’altra il mondo esterno, ovvero il Giappone sempre più industrializzato e schierato a Occidente che scopre le sue mode, il rock, i suoi idoli, consolidando una nuova era.

Si dispiega qui un altro tema molto caro al cinema e alla serialità giapponese (d’animazione e non) di taglio naturalistico, specialmente dello scorso secolo: il movimento tra campagna e centri urbani, i cambiamenti di mentalità e di vita quotidiana che avanzano e separano queste due realtà. Takahata si inserisce in questa dialettica dando respiro al suo spiccato senso della tradizione giapponese, che soffre gli schemi dell’urbanizzazione ed elogia il rapporto collaborativo tra uomo e natura, tradotto nell’ambiente della campagna, anch’esso costruito dalle persone. Così sottolinea Toshio, contadino che incrocia la strada di Taeko una volta giunta a Yamagata e che sarà per lei un importante appoggio per riflessioni.

La stessa Taeko sogna la campagna sin da bambina, proprio per questo i suoi ricordi di quell’età si fanno sempre più vivi quando ci si trova, raccontando in questo modo una storia di formazione attraverso l’esplorazione delle memorie. Tale scelta stilistica troverà una continuità con il film immediatamente successivo prodotto dallo Studio Ghibli, Si sente il mare (1993). Interessanti sono le occhiate che il film dà al resto del mondo, partendo dall’inserimento di elementi della moda occidentale fino alla scelta di alcune musiche derivanti dal repertorio classico e popolare dell’est Europa (alludendo ad una associazione con la vita tradizionalmente agricola di quelle aree), ritagliando uno spazio anche per uno stornello toscano. Sono i piccoli particolari che rendono Pioggia di ricordi un film intimo, che si regge sui semplici gesti, i silenzi, le piacevoli pause che conferiscono spontaneità agli avvenimenti e permettono di ammirare le debolezze, i dissidi interni ed esterni delle persone, così come anche le passioni e l’affacciarsi dei sentimenti.

https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2020/03/Pioggia-di-ricordi.jpg?fit=1024%2C550https://i1.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2020/03/Pioggia-di-ricordi.jpg?resize=150%2C150Simone OraziRecensioniRetrospettiveIsao Takahata,Netflix,Pioggia di ricordi,Studio GhibliIl tema delle memorie, contesti ambientali eloquenti che scavano nell’intimità delle persone, le scelte difficili raccontate nella loro maturazione sono tutte delle piccole gemme di cui è ricco e dedito il cinema giapponese. Queste risaltano anche in Pioggia di ricordi (Omohide poro poro), il cui nome originale lascia parlare...Università degli studi di Roma La Sapienza