Game of Thrones, finale di serie

Nel bene e nel male “Game of Thrones” ha accompagnato tutti noi nel corso di questi nove anni. Con la stagione numero 8 la serie è giunta al termine, portandosi dietro i commenti ed i pareri di uno dei fandom probabilmente più nutriti e consistenti di sempre, che si è ritrovato spaccato come mai era accaduto prima. In occasione del saluto finale, abbiamo deciso di concedere spazio a più voci (SPOILER FREE).

Elena CifolaHanno ucciso Game of Thrones, chi sia stato non si sa?

Dopo quasi due anni di assenza, Game of Thrones è tornato ed è stata mandata in onda su Sky l’ottava ed ultima stagione, distribuita da HBO e firmata dai due produttori David Benioff e D.B. Weiss. In due anni le aspettative per il finale di quella che forse è stata la serie televisiva più amata, chiacchierata e seguita dell’ultimo decennio erano cresciute a dismisura. E in effetti, nelle sue prime due puntate, la stagione non delude.

Il secondo episodio, “A Knight of the Seven Kingdoms” è il migliore di tutta la stagione. Dedicata per lo più allo sviluppo delle relazioni tra i vari personaggi, la puntata non si propone di far avanzare realmente la trama, ma si sofferma nel trasmettere allo spettatore l’ansia e la tensione di quelli che potrebbero essere gli ultimi instanti di vita prima di una battaglia apparentemente invincibile. Gli sceneggiatori ci regalano momenti estremamente emozionanti come l’investitura di Brienne a cavaliere dei Sette Regni, l’abbraccio commosso di Sansa ad un ritrovato Theon, la canzone ‘Jenny of Oldstones’ cantata intorno al fuoco che fa da sottofondo ad un bellissimo montaggio alternato e la stessa rivelazione di Jon a Daenerys interrotta dall’arrivo del nemico. L’ultima inquadratura degli estranei di fronte alle mura illuminate di Grande Inverno è il climax di una puntata ben scritta e ben diretta, nella quale David Benioff e D.B. Weiss si dimostrano in grado di gestire ogni singolo personaggio e ogni singola storyline.

Tuttavia sembra anche essere l’ultima volta in cui i due si rivelano in grado di farlo. Infatti è proprio con la terza puntata, “The Long Night”, che iniziano i problemi, destinati a moltiplicarsi a vista d’occhio a mano a mano che la stagione procede. La puntata si presenta da subito molto scura, un po’ per scelta stilistica un po’ per evitare di mostrare evidenti difetti del reparto CGI, ma allo stesso tempo ci regala delle immagini mozzafiato, come le fiamme riflesse negli occhi di Melisandre e i due draghi che superata la tempesta di neve si ritrovano al chiaro di luna. Bellissimo sfondo del desktop, se non fosse che della successiva e ben più importante battaglia aerea contro il Night King si capisca poco e niente e sia necessaria una seconda visione per capire effettivamente cosa succede. Ma non sono né la fotografia né la regia il difetto più grande di questa e dei successivi tre episodi, che anzi ne rappresentano i punti di forza. Il problema più grande è la sceneggiatura che, superficiale e inverosimile, sfocia a volte nell’assurdo e non si sforza nemmeno di mascherare i propri punti deboli, lasciando lo spettatore basito e senza parole.

“The Long Night” termina con il primo vero e proprio colpo di scena della stagione: ad uccidere il Night King è Arya. La minaccia degli estranei, presente già nella prima puntata della prima stagione, viene debellata a poco minutaggio dal termine della serie frettolosamente e senza curarsi di portare a termine gli archi narrativi che vi erano strettamente legati. Il percorso dell’eroe viene interrotto bruscamente e il personaggio di Jon viene gettato nel dimenticatoio nel corso della battaglia, nella quale in fin dei conti risulta praticamente inutile quando invece avrebbe dovuto essere essenziale. Dopotuttto non è l’unico il cui arco narrativo viene accartocciato e gettato nel cestino dopo anni di sviluppo. Stessa sorte tocca a Jaime Lannister, uno dei personaggi più amati in queste ultime stagioni proprio per la sua evoluzione e caratterizzazione. Dopo aver deciso finalmente di tornare ad essere un uomo d’onore e di combattere per le giuste motivazioni, conclude il suo percorso di formazione regredendo e tornando ad essere l’odioso ed egoistico cavaliere innamorato di Cersei che avevamo conosciuto nelle prime stagioni.

Sorte peggiore di tutte tocca forse al personaggio di Daenerys, la quale si ritrova a prendere il posto di Cersei come villain finale nella sesta ed ultima puntata, dopo una discesa nella follia repentina e per niente verosimile, che le fa abbandonare tutti i buoni propositi che avevano guidato le sue azioni fino alla sesta stagione. Una follia che i due produttori hanno tentato di giustificare con una quarta puntata, “The Last of the Starks”, che ha fatto parlare molto proprio a causa di una sceneggiatura non convincente. La morte del drago Rhaegal, specialmente, rivela una scrittura superficiale, che non si cura più di dare una logica alle scelte dei personaggi che sembrano dimenticarsi improvvisamente del nemico. La morte di Daenerys per mano di Jon arriva quindi senza nessuna sorpresa. Anzi la si affronta con una certa rassegnazione, reduci di quattro deludenti puntate che si liberano alla svelta di moltissime questioni rimaste aperte e che a questo punto non troveranno nessuna risposta.

In definitiva D&D danno quasi l’idea di due bambini in difficoltà che, abbandonati da papà Martin, non riescono più a gestire la storia complessa che è sempre stato Game of Thrones e ricorrono quindi a dialoghi sicuramente meno brillanti e a soluzioni di scrittura superficiali e semplicistiche, deludendo le aspettative di migliaia di spettatori abituati a standard di ben altro livello.

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Lavinia Flavi Le sorti di un finale nell’epoca di internet

Di “Game Of Thrones” si è parlato e si è scritto tantissimo negli ultimi anni, a tal punto che lo si potrebbe definire una sorta di ipertesto. Questa ultima stagione non è stata da meno, la novità (forse) è che se ne è parlato sì, ma davvero tanto male. Il finale ha soddisfatto pochissime persone, ammesso che si possa effettivamente parlare di soddisfazione per quelle poche a cui non è dispiaciuto, quegli spettatori che timidamente tentano di spezzare qualche lancia in favore di quella che per i più risulta essere una delusione.

Game Of Thrones” aveva tutti gli occhi puntati addosso per questa stagione conclusiva, la si attendeva con trepidazione, parlando di evento mondiale. La serie televisiva da record giungeva al termine, così come un intero capitolo della serialità tutta. Eppure, il finale non è stato all’altezza delle aspettative, esattamente come era successo qualche anno fa ad un’altra serie tv, “Lost“, la cui fine ha disseminato disappunto tra i fan. Che fosse un destino comune, una maledizione di tutte le serie tanto seguite nell’epoca di internet? Che in qualunque modo fosse finita, comunque non sarebbe stata all’altezza si è provato a dirlo, ma i dubbi in merito non sono pochi. Perché i problemi di questa stagione prevaricano le questioni legate esclusivamente alle aspettative dei fan, troppo alte in ogni caso a causa di anni di teorie. I problemi di questa stagione sono soprattutto dettati dalla fretta di chiudere baracca e burattini, tant’è che l’impressione generale è che si potesse fare di più: più puntate, addirittura più stagioni per mettere il punto che questa serie si meritava.

Concretamente quali sono questi problemi? Principalmente riguardano la scrittura e la voglia di stupire chiunque ad ogni costo. La scrittura è l’ambito fondamentale in una serie come “Game Of Thrones“. Caratterizzazione e costruzione dei personaggi mandati in fumo, situazioni gestite malissimo, dove la sospensione dell’incredulità era troppa da chiedere persino allo spettatore di una serie fantasy. Tutto ciò è emerso con la terza puntata, a metà stagione era chiaro che sarebbe bastato pochissimo perché si perdesse completamente la bussola e si procedesse a tentoni. Esattamente quello che è successo. Uccidere il villain principale dopo appena tre episodi poteva anche sembrare coraggioso all’inizio, quando la fiducia negli sceneggiatori ancora c’era; poteva alimentare la curiosità e la voglia di sapere cosa sarebbe successo, quale sarebbe stato il colpo di genio. Perché quando si fa fuori la minaccia più grande, quando si elimina la situazione che cambia completamente le carte in tavola, ci si aspetta come minimo un grande asso nella manica. Perché altrimenti tanto vale che quella minaccia te la tieni, qualora non riuscissi a soppiantarla adeguatamente.

Così non è stato. Da quella terza puntata tutta la serie ha cominciato ad andare alla deriva e tutti con lei. Il trattamento dei personaggi è forse uno degli aspetti più deludenti di questa stagione. Alcuni dei protagonisti sui quali era sembrato si puntasse di più sono stati completamente abbandonati, come Jon Snow, colui che doveva essere la chiave di volta, intorno al quale era stato costruito il miglior plot twist della serie. Plot twist rivelatosi completamente inutile all’atto pratico. Il colpo di scena in questione è stato anche una delle prime teorie a girare in internet in tempi ancora insospettabili (considerevole in questo caso l’apporto dei lettori della saga canone). Eppure al momento della rivelazione ha soddisfatto i più e stupito anche qualcuno, nonostante la tracotanza degli autori e il desiderio di lasciare tutti a bocca aperta.

Peccato che la bocca aperta adesso sia dovuta alle grida di rabbia. In tutti i modi si è cercato di regalare un finale inaspettato, stupefacente, non teorizzato o teorizzabile. E per certi versi l’operazione è riuscita, soprattutto dal momento che in molti concordano sul fatto che ad essere pessimo non sia tanto il finale in sé, quanto la mancanza di supporto narrativo che esso ha avuto. E qui si ritorna alla questione fretta. Perché in fretta non si possono stupire e soddisfare fan che hanno avuto anni di tempo per immaginare e pregustare il finale della serie. L’amaro in bocca è tanto e principalmente sa di occasione sprecata. Perché “Game Of Thrones” è la serie dei record e questo finale poteva non essere da meno. Si sarebbe potuto fare molto, visti i fondi e l’attenzione, visto di che calibro era il fenomeno mediatico. Ma si è scelto di non farlo. La ruota non è stata spezzata, ci si rivedrà tutti l’anno prossimo davanti allo spin-off, sperando che stavolta qualcosa cambierà.

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Alessio ZuccariQuando il sentiero stanca

Nel momento in cui qualcosa giunge al termine ci si rende conto dell’inevitabile necessità di un silenzio contemplativo. Si scandagliano mentalmente i percorsi che quel qualcosa ha tracciato, tanto più profondi e nitidi tanto è il tempo che si è dedicato a lasciarli penetrare in sé. Se ne accettano le svolte improvvise, i terreni impervi e a volte anche l’assenza di segnaletica, che dopotutto fa parte dell’avventura. Per questa ragione, arrivati alla conclusione, se si guarda con amarezza il tratto finale del percorso non lo si fa per puro, sadico compiacimento nel dire “sì, però”, ma piuttosto per una delusione che guasta, parzialmente, le distanze battute in precedenza.

Volgi lo sguardo a quell’ultimo tratto asfaltato grossolanamente, lucido e lineare, ma che puzza ancora di catrame fresco che ti ammorba le narici. E quindi ti senti tradito, perché non era quella l’emozione che quel qualcosa ti aveva suscitato sin lì. Ti senti anche un po’ incazzato, perché dopotutto è l’ultimo tratto quello che rimane più impresso, quello con il quale abbandonerai, per sempre, quei sentieri. La fiducia è venuta meno e sei costretto a prenderne atto. In fin dei conti cos’è se non un atto di fiducia il lasciarsi immergere in un mondo di finzione per oltre nove anni?

Con “Game of Thrones” molti di noi ci sono cresciuti e tanti altri vi si sono accostati nel tempo, assorbiti totalmente dalla serie-divenuta-evento simbolo di una generazione. GoT si è posta, meritatamente, come paradigma di una nuova fruizione tout-court del racconto audiovisivo episodico, traendo linfa vitale dal genio di George R.R. Martin. Eppure, proprio nel momento del sorpasso sul padre cartaceo, chiamata a nobilitarsi, c’ha tradito tutti. A far più male è la consapevolezza che, ancor prima di noi, la serie ha tradito sé stessa in seno a illogiche dinamiche più creative che produttive, rivelatesi non in grado di saperla veicolare a causa della sua densissima massa. Abituati ad una narrazione dall’accuratezza quasi maniacale, dove i processi di causa-effetto avevano sempre goduto di un’elaborazione modellata su calchi eccezionalmente credibili di motivazioni e sentimenti dei personaggi, gli spettatori (fan) hanno subito un violento contraccolpo in seguito alle brusche accelerazioni di una nevrotica ottava stagione.

Che nelle pareti si iniziassero ad avvertire degli scricchiolii di allarme è però vero già dalla precedente season (e chi si ostina a non prenderne atto, al di là dei giudizi di gusto, sta solo preservando inconsciamente sé stesso). Nel momento in cui Game of Thrones” richiedeva il più grande atto passionale possibile, ci si aspettava una rinnovata verve nel completare degnamente un arco impiantato più di nove anni fa e, probabilmente, non conscio ancora del suo esplosivo potenziale. Alla fine, invece, ci si è limitati a concederle una timida carezza, un po’ perché stanchi, un po’ perché impauriti.

La serie finisce così per chiudersi nell’insegna dell’unico cerchio che oramai la considera (e il discorso sulle “scelte” qui non ci appartiene), incanalata su quella strada dove l’asfalto fresco si appiccica alle suole con ostinata artificiosità.

Sarebbe servito più tempo? Più idee? Più volontà? Non lo sapremo mai. Quel che sicuramente resta è un bel ricordo da custodire (e dove magari rifare binge-watching ogni tanto).

https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/05/GOT-cover.jpg?fit=1024%2C576https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2019/05/GOT-cover.jpg?resize=150%2C150RedazioneApprofondimentiGame of Thrones,GoT,HBO,Serie TvNel bene e nel male 'Game of Thrones' ha accompagnato tutti noi nel corso di questi nove anni. Con la stagione numero 8 la serie è giunta al termine, portandosi dietro i commenti ed i pareri di uno dei fandom probabilmente più nutriti e consistenti di sempre, che si...Università degli studi di Roma La Sapienza