La villa di Zabriskie Point che esplode sullo schermo e Renzo Piano al microfono: due immagini che parlano dell’Italia a tutto il mondo, ma che nelle occasioni speciali abbiamo piacere di rivedere anche in casa, ancora di più se si celebra la Festa del Cinema.Zabriskie-Point-1970-Ferrara-Museo-Michelangelo-Antonioni-©-foto-Bruce-Davidson-Magnum-Contrasto-2

Le premesse sono un po’ ambigue (un architetto che mostra una villa che esplode) e il pubblico di architetti-cinefili non è certo paragonabile alla folla di fan innamorate di Jude Law, ma la sala dell’Auditorium viene subito riempita dalle parole del proprio padre-ideatore. Renzo Piano dialoga con la musica e la letteratura per risvegliare lo spirito avventuriero che viaggia tra architettura e cinema. Un viaggio non così lungo, due strade artistiche a più corsie, caratterizzate da un lavoro collettivo, da un “esercito” di persone per necessità diverse e allo stesso tempo tolleranti, appassionate e creative, che vogliono portare il proprio lavoro al di fuori delle proprie strade per farlo viaggiare in mondi altri. L’architetto genovese, cresciuto in un porto di mare e di speranze, lavora guardando sempre verso l’orizzonte irraggiungibile, imparando a viaggiare in compagnia di culture e persone da tutto il mondo, «il mare è sempre stato il mio orizzonte» racconta.

Oscars-Museum-4Oggi lavora al The Academy Museum of Motion Pictures a Los Angeles, che dovrebbe aprire nel 2016. Pensato insieme ad attori, registi e produttori cinematografici per restituire quella passione del cinema che anche Piano, come racconta al suo pubblico, ha imparato a conoscere già da giovane con film western (per eccellenza il genere dell’avventura e della frontiera) che gli hanno insegnato a desiderare e a creare. Il suo è un lavoro di inventore e artista, umanista e scienziato. Un lavoro di incertezze che gli permette di spostarsi continuamente, oltre ogni limite, fisico e mentale, alla ricerca della bellezza. Un lavoro utile perché capace di cambiare la gente e il mondo. Il nuovo museo, che ospiterà l’archivio dell’Academy, è pensato come un susseguirsi di sequenze animate dal movimento per restituire il carattere distintivo del linguaggio cinematografico. Se però nei film è la sequenza a muoversi davanti al pubblico immobile, l’architettura è ferma e vive solo con il movimento delle persone che danno unità alle varie parti/frammenti nel tempo. Il tempo, soprattutto quello passato, è anche la base su cui architetti e cineasti (ma non solo) costruiscono le loro opere. Senza necessità ma con autenticità, attraverso il tempo ci parlano di un Io universale che “ci resta profondamente dentro, basta non pensarci troppo”. Le persone passano buona parte della propria vita a ripassare la memoria, smettendo di vivere, ma il lavoro creativo non vive solo di memoria, o come meglio suggerisce Borges, “il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio”.

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