Si è consumato in fretta il terzo degli Incontri Ravvicinati previsti in questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma. L’ospite in questione era Paolo Sorrentino, chiamato a scegliere cinque sequenze tratte da cinque film che ama e che meglio rappresentano la sua idea di cinema. L’incontro si è articolato tutto attorno ai cinque video, commentati assieme al direttore del festival, Antonio Monda.

«In realtà ho scelto film di cui non parlo mai perché mi fanno sempre parlare di Fellini»:

1. The Ice Storm (Tempesta di ghiaccio), 1997, Ang Lee.

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«Un film che mi ha insegnato molto sulla sceneggiatura, un film capolavoro sulle bellezze e sui pericoli della famiglia e io da spettatore sono molto colpito dai film che trattano il tema della famiglia. L’ho scelto anche perché riesce a coniugare il bello col vero, cosa che negli ultimi anni sembra un sacrilegio. Pur mantenendo una stretta aderenza al vero non rinuncia all’estetica. Fino alla metà degli anni ’90 questa idea resisteva brillantemente, oggi invece c’è stata una disistima verso questo connubio». Da qui inizia Sorrentino, anticipando due degli argomenti su cui tornerà più volte nel corso dell’incontro.

2. La notte, 1961, Michelangelo Antonioni.

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Antonioni, Fellini e Bertolucci sono tre registi inarrivabili, per Sorrentino, «ed è incredibile che siano italiani». Più nello specifico, Antonioni «è uno dei pochissimi che sa far funzionare il jazz al cinema, che solitamente è una delle cose più noiose che possano capitare». Inoltre «La notte, ancor più del La dolce vita, racconta in maniera tragica come è disagevole stare al mondo». Tornando ai «tre grandi mettitori in scena», Sorrentino ricorda che «non a caso Scorsese, un regista che amo, guarda moltissimo a Fellini, Bertolucci e Antonioni. C’è una sapienza che lascia stupefatti». Quando Monda gli chiede di ricordare il primo film che ha visto, il regista tentenna: «Quel film che tutti conoscono, ma di cui nessuno si ricorda il titolo, un film straziante su un bambino biondo col caschetto». Dal pubblico arrivano suggerimenti, c’è chi dice L’ultima neve di primavera, chi L’incompreso. Alla fine sembrano propendere tutti per L’incompreso (per noi era Il piccolo Lord, ma non gliel’abbiamo fatto sapere). «Però – conclude – i primi film di cui ho memoria veramente sono quelli di Bud Spencer e Terence Hill» e vien giù la sala dagli applausi.

3. Road to Perdition (Era mio padre), 2002, Sam Mendes.

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«Una scena vera? – chiede Monda, riferendosi alla sparatoria tra Paul Newman e Tom Hanks – qui mi sembra che ci sia una grande maniera, è tutto di regia, è tutto una invenzione cinematografica». «È vera con il massimo dell’artefatto – replica Sorrentino – questa scena, se la vedessero dei ragazzi che vogliono entrare in una scuola di cinema, potrebbero fare a meno di fare due o tre anni. È una scena che spiega esattamente cosa è o cosa dovrebbe essere il cinema. C’è come si recita, come si costruisce un’epica, cosa si deve dire, come si usa la musica, il suono, come si illumina. È poco importante che sia vera, è sufficiente che sia verosimile. Il vero è abbastanza noioso, mentre il verosimile è il regno di chi inventa».

4. The Straight Story (Una storia vera), 1999, David Lynch.

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«È un film sulla forza sottovalutata delle cose insensate», in particolare questa sequenza, secondo Sorrentino, dimostra l’abilità di Lynch di saper cambiare registro sfruttando gli stessi elementi. Un falò di notte con due persone che parlano: è una scena che «potrebbe stare negli altri film di Lynch, quelli che mettono paura, invece solamente perché lui ha stabilito che non deve fare paura, diventa molto rassicurante». E poi ovviamente resta la passione per i film sulla famiglia.

5. Mars Attacks!, 1996, Tim Burton.

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La sequenza selezionata è quella in cui la donna aliena entra nella Casa Bianca, uccide il segretario Jerry Ross, non prima di avergli staccato il dito con un morso. «Mi sconvolse quando lo vidi. È la scena più erotica che si sia mai vista al cinema, anche perché prende in considerazione un’aliena, non un essere umano. L’imperturbabilità di quella donna aliena ha un effetto di erotismo dirompente. Inoltre qui Martin Short condensa molto bene “il complesso dei bassi“, quella spavalderia esibita, il modo in cui si butta sul letto, è una cosa propria delle persone che non sono state aiutate dalla statura».

A conclusione dell’incontro è proiettato il cortometraggio inedito, Lucky, parte di un film collettivo dal titolo Rio, eu te amo, realizzato nel 2014 da dieci cineasti. La storia è quella di una coppia che pur incarnando il perfetto cliché – lui anziano e ricco (Basil Hoffman), lei giovane e bella (Emily Mortimer), lo ribalta perché è l’uomo a desiderare la morte dell’amante. «Dev’essere faticosissimo a ottant’anni tenere il ritmo di una ragazza di trenta» commenta Sorrentino, prima di lasciare la sala.

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